Calais, l’inferno dei viventi

Calais, l’inferno dei viventi

Fossati, alte cancellate, strade fangose e piene di buche: questo è l’inferno in cui vivono oltre 6mila immigrati. Già rinominato la “Giungla”, il più grande campo di migranti si trova a Calais, dentro l’Europa stessa, ed è circondato da reti e cancellate invalicabili, tutti gli accessi bloccati: una sorta di prigione di fango senza via d’uscita.

La decisione che cambierà le vite di queste migliaia di persone è arrivata il 25 febbraio scorso: Valérie Quemener, giudice del tribunale amministrativo di Lilia, dopo aver visitato il campo in seguito a un esposto di dieci associazioni che si opponevano allo sgombero, ha convalidato l’evacuazione, timbrando così la decisione del governo francese. Immediato è stato l’intervento delle forze dell’ordine: decine di poliziotti in antisommossa, con l’aiuto di bulldozer e ruspe, hanno abbattuto capanne e tende, espellendo con la forza gli occupanti e sbattendoli in mezzo alle strade del gelido inverno.
Per Francois Quennoc, segretario di una delle associazioni che si occupano di migranti, l’operazione della polizia è stata “una pugnalata alle spalle”. Infatti, nonostante la prefettura avesse promesso una proroga dell’intervento per permettere alle Ong di organizzare le accoglienze delle famiglie senza tetto, l’operazione delle forze dell’ordine non ha lasciato scampo, e i migranti -compresi donne e bambini – si ritrovano a dormire presso altri campi o lungo il litorale.

Ad aggravare la situazione già catastrofica, si aggiunge la denuncia dei Ginecologi Senza Frontiere: dopo una missione effettuata all’interno della Giungla, i medici hanno riscontrato che la maggior parte delle donne, spesso vittime di stupri e violenze, sono costrette a prostituirsi per pagarsi il viaggio verso l’Inghilterra. Il risultato è che le loro condizioni di salute sono sempre più precarie a causa di infezioni vaginali ed urinarie dovute alla scarsa igiene, e che le malattie veneree si stanno diffondendo in maniera esponenziale tra le immigrate.

I problemi di salute, però, non riguardano solo il genere femminile. Anche gli uomini, infatti, non se la cavano bene: la Giungla, non a caso, sorge su una vecchia discarica abbandonata, nella zona battezzata “Seveso”, dal nome del comune della bassa Brianza che nel ’76 fu colpito dalla nube di diossina TCDD causata da un incidente industriale.

Nonostante tutti questi fattori che farebbero fuggire chiunque da quella zona maledetta della Francia che non dà loro alcun sostentamento economico, i migranti non se ne vogliono andare, non vogliono abbandonare la Giungla.

Il rebus non è nemmeno tanto complicato come sembra: fermi nella decisione di non voler indietreggiare nemmeno di pochi metri, sognano di arrivare un giorno, come fosse la terra promessa, in Inghilterra. Un Paese che del fenomeno immigrazione non ne vuol sentire neanche parlare.
E in tutto questo, l’Europa dov’è?

Per le foto pubblicate in quest’articolo ringraziamo Marco Cesario de ‘Linkiesta‘.

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