Cina: fine di un regno controverso

Il bilancio del Presidente Hu Jintato, al potere dal 2002, è più che mai controverso. “Nessuna successione al potere in Cina è mai stata così fragile”. Queste le sue parole di fronte alle più alte cariche del Partito comunista cinese riunite ieri nello storico hotel Jingxi. Il suo obiettivo: mettere a punto gli ultimi dettagli del congresso del partito, la giornata dell’8 novembre quando ufficializzerà i nomi dei suoi successori e del Primo ministro Wen Jiababo 70 anni, al potere da dieci. Queste persone assumeranno il loro incarico ufficialmente nel mese del prossimo marzo.

 

Tuttavia il processo di designazione dei successori e i piani delle prossime più alte cariche del paese rimangono un assoluto segreto. Siamo dunque lontani dal potere affermare che l’immagine della politica cinese è quella di un clima sereno e rilassato. L’opinione pubblica non ha mai espresso tanta diffidenza nei confronti del Presidente e del suo Primo ministro. I media a tal proposito non fanno altro che ripetere da settimane che i dieci anni di regno di Hu e Wen sono stati “un periodo difficile ma glorioso per la Cina”.

I due slogan lanciati da Hu Jintato “Applicare un concetto scientifico di sviluppo” e “Costruire una società armoniosa”, iscritti nella Costituzione nel 2005, sono stati un successo una specie di età dell’oro. La Cina di fatto, è diventata nel 2010, sotto la presidenza di Hu, la seconda potenza economica mondiale, giusto dopo gli Stati Uniti, in termini di produzione interna (PIL), al ritmo del 10% di crescita.

Un risultato certamente impressionante, che numerosi specialisti all’estero, ma anche in Cina, mettono all’attivo dei predecessori di Hu Jintao, Jiang Zemin e Zhu Rongi, veri e propri artigiani delle riforme e dell’apertura. Il Presidente uscente avrebbe facilmente beneficiato della politica economica lanciata prima di lui e gestito gli acquisti senza anticipare l’avvenire.

Nel corso di una conferenza a Pechino, la settimana scorsa l’americano Roderick MacFarquahr ha tuttavia sottolineato che “la scelta dello sviluppo dell’Ovest cinese deve essere messo all’attivo di Hu Jintao e di Wen Jiabao”. Questa politica ha permesso di reiquilibrare lo sviluppo verso l’interno delle terre e non più solo sulla costa Est.

Pertanto, lo sviluppo delle infrastrutture e di alcune misure sociali in favore dei contadini e degli operai non sono comunque riuscite a far fronte ai profondi squilibri sociali generati dalla crescita nelle grandi città. Questo modello economico basato principalmente sull’esportazione deve orientarsi verso una ridotta dipendenza delle vendite all’estero (in crisi dal 2008) e accelerare la domanda interna, in un processo ancora troppo lento in questo senso. I grandi monopoli di Stato nei settori giudicati strategici e l’opacità degli status delle grandi imprese cominciano inesorabilmente a mostrare i propri limiti.  

Tuttavia, il Presidente Hu Jintao ha preferito mantenere lo Status Quo, alfine di preservare una certa stabilità. Il suo probabile successore sa che riformare un sistema nel quale si implicano i leader del Partito su tutti i fronti prevede il rischio di vederlo esplodere dall’interno. Il sistema politico infatti prevede che egli sia il segretario generale che deve essere dunque lui il capo, colui che tiene le redini del potere.   

Il  partito comunista cinese rappresenta la punta della piramide gerarchica del potere in Cina e conta quasi 80 milioni di membri, cosa che ne fa oggi il più grande partito politico del mondo. E composto da funzionari, militari, operai e contadini ma anche da alcuni anni da ricchi uomini di affari. Il partito stesso controlla tutti gli aspetti della vita pubblica cinese (educazione, religione, diplomazia ed altro) e decide gli orientamenti economici del paese.

Si riunisce ogni cinque anni con i suoi 2 000 delegati e rappresenta dunque l’occasione di impartire e definire gli obiettivi per i prossimi cinque anni a venire. Il 18° Congresso del PCC si terrà l’8 novembre, all’interno del palazzo del popolo nei pressi di piazza Tian An Men nel cuore di Pechino, uno dei simboli del potere comunista che regna senza dividere sul paese più popolato del mondo dal 1949.

Mnuel Giannantonio

3 novembre 2012

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