Francesco in Messico, da ‘viva Zapata!’ a ‘viva il Papa!’

Francesco in Messico, da ‘viva Zapata!’ a ‘viva il Papa!’

Una messa celebrata in lingue tseltal, ch’ol e tzotzil per omaggiare i popoli indigeni, cui ha chiesto ‘perdono’ a nome dell’umanità per le sistematiche incomprensioni ed esclusioni subite e per le spoliazioni delle loro terre. “Che tristezza! Quanto farebbe bene a tutti noi fare un esame di coscienza e imparare a dire: perdono! – ha affermato Papa Francesco dinanzi alle quasi 100 mila persone giunte al centro sportivo di San Cristobal de Las Casas – Il mondo di oggi, spogliato della cultura dello scarto, ha bisogno di voi!”.

Prosegue il viaggio apostolico in Messico del Santo Padre, che dopo l’incontro con le comunità indigene in Chiapas è volato in mattinata a Morelia per riempire i due stadi cittadini: prima la messa al ‘Venustiano Carranza”, poi l’incontro con i giovani al ‘José María Morelos y Pavón’. La barocca Morelia, capoluogo del Michoacán e centro geografico della nazione, dove lo stato ha perso da tempo il controllo del territorio e la gente istituisce milizie di autodifesa, nell’incapacità e complicità del governo federale. Quasi un cammino discensionale quello di Francesco, che dopo la beatitudine estatica di sabato scorso nel vis à vis con la Madonna del Guadalupe è andato ad incontrare gli ultimi fra gli ultimi del Chiapas per poi catapultarsi in un territorio in mano al narcotraffico e ai suoi burattinai, promosso ora sede cardinalizia.

Domani invece sarà la volta di Ciudad Juarez, tappa finale del viaggio apostolico, che con la media di 2500 omicidi annui rientra nella top 5 delle città più violente del pianeta. C’è qualcosa di rivoluzionario nel cammino messicano di Papa Francesco, segnato dall’obiettivo di risveglio e riavvicinamento delle coscienze, indispensabile per la riconquista di un territorio segnato da troppe piaghe da estirpare. Il vento di rivoluzione portato dal pontefice argentino sta soffiando su tutto il Messico, dal ‘Sur’ al ‘Norte’, come non accadeva dai tempi di Pancho Villa e Zapata. Con una paradossale differenza di fondo: se all’epoca la revolución perseguitò la Chiesa messicana e cercò di staccarla da Roma, oggi alla guida dei peones troviamo proprio un pontefice romano, atteso ovunque da file chilometriche di seguaci che si aggrappano alle sue parole e al suo messaggio di speranza. Da ‘viva Zapata!’ a ‘viva il Papa!’.

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