USA: primarie New Hampshire

USA: primarie New Hampshire
Un prim,o piano di Hillary Clinton - Foto: Allegra Boverman.

«Non è importante come colpisci ma come reagisci ai colpi, e se vai al tappeto hai la forza di rialzarti». Così Rocky Balboa motivava il figlio nel penultimo capitolo della saga sul pugile che, da perfetto sconosciuto, arriva a vincere il titolo mondiale. Un manifesto dell’American Dream, dell’eterna promessa del Paese che un’opportunità non la nega a nessuno.

Con parole molto simili Hillary Clinton ha incassato la sconfitta in New Hampshire: «Sono abituata a cadere, per questo capisco la sorte di tanti americani, come loro mi rialzerò». La botta che doveva arrivare è arrivata, forse però un po’ più forte di quanto Hillary stessa si aspettasse. Circa il 60% dei votanti gli ha preferito Bernie Sanders (che con questa vittoria diventa il primo ebreo a vincere una primaria). Un distacco che la dice lunga su chi sia il candidato più in forma: non necessariamente il più forte, ma quello che arriva da dietro, l’underdog che lotta contro l’establishment e così si conquista il favore e il tifo del pubblico. Qualche analogia con i film di Stallone? Senza dubbio, ma non va dimenticato che Sanders partiva favorito in New Hampshire, vicino al suo Vermont, stato di cui è senatore. Con quel commento la Clinton ha voluto dare di sé l’immagine della combattente, della dura a morire, ma la realtà con la quale si deve confrontare è pesante come un cazzotto di Apollo Creed: non può più sbagliare.

Quando il 1 marzo si voterà per il super-martedì dovrà vincere, possibilmente per ko, altrimenti il suo sogno di prima donna nel ring della Casa bianca andrebbe davvero in fumo.
Se la Clinton si aggrappa ai calzoncini di Rocky, dall’altra parte Trump festeggia con una sobrietà degna di Borat: «Sarò il più grande presidente che Dio ha mai dato all’America». Il miliardario, con il suo 34%, ha staccato nettamente tutti gli altri rivali, anche in questo caso risultato previsto dai sondaggi. Meno prevedibile il secondo posto di John Kasich, governatore dell’Ohio, che con il 16% è il primo tra i candidati dell’establishment repubblicano. Paradossalmente si tratta di una cattiva notizia per il GOP: quello che emerge dalle prime due tornate di primarie è la mancanza di un unico candidato forte dietro Trump, visto che in New Hampshire la stella di Marco Rubio si è subito offuscata («E’ solo colpa mia perché sono andato male al dibattito di sabato scorso: non succederà più» ha detto), mentre Ted Cruz, che aveva vinto in Iowa, si è fermato all’11%. Stesse percentuali per Jeb Bush, che non affonda ma non sembra capace di scuotersi. Il beneficiario di tanta incertezza continua ad essere Donald Trump, che ha tutto da guadagnare dalla lotta tra i candidati “minori”.

L’altalena continua, il 20 febbraio tocca al South Carolina e il 23 al Nevada. Il 1 marzo la sfida, probabilmente decisiva, in 14 stati.

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