USA: le primarie in Iowa

USA: le primarie in Iowa
Foto: www.news.iastate.edu

Alla fine è andata più o meno come ci si aspettava: testa a testa tra i due principali candidati democratici e vittoria della destra ultrareligiosa (che in questo caso porta il nome di Ted Cruz) tra i repubblicani. Trump? Sconfitto, ma non troppo.

Partiamo dal GOP. In uno stato come l’Iowa, in cui non si va a dormire senza prima aver ripassato un passo della Bibbia, si sapeva che avrebbe pesato il voto della destra evangelica. Così è stato, il 28% dei repubblicani ha dato la propria preferenza (in alcuni casi in maniera decisamente non convenzionale, come da tradizione dei caucus) per Ted Cruz, uno che su certi temi fa apparire Trump un timido impiegato di provincia. «Questa è la vittoria dei valori giudeo-cristiani, dopo anni in cui Obama ha rovinato l’America» è stato il suo commento (sobrio) dopo il voto. Il miliardario newyorkese, invece, si è fermato al 24%, forse condannato anche dalla scelta di non partecipare all’ultimo dibattito televisivo su Fox News. Si proclamava invincibile, il primo test ha fatto vedere che non è così. Ma Trump, dalla sua, sa di aver retto il colpo, il primo pugno non ha fatto così male e tra una settimana in New Hampshire potrebbe rispondere.

Ma nella gara a chi la fa più lontano che aveva caratterizzato il duello della vigilia tra Cruz e Trump, a vincere in realtà è stato il terzo incomodo, Marco Rubio. Il giovane senatore della Florida è finito immediatamente dietro a Trump (23%). Rubio è la grande speranza latina dei moderati, sul quale punta l’establishment repubblicano e, dopo la debacle di Jeb Bush (triste e solo al 3%), ci punteranno anche i finanziatori che fino ad ora sostenevano il fratellino dell’ex presidente.

Parlando di ex presidenti e affini, Hillary Clinton l’ha spuntata di un soffio. Pare strano dirlo, visto il vantaggio che aveva fino a qualche mese fa, ma tutto sommato non le è andata male. Avesse perso, la sua campagna avrebbe subito un danno forse irreversibile, rischiando di cadere in una spirale dalla quale sarebbe stato molto difficile uscire. Non che si possa parlare di vittoria: il 49,89% dei voti contro il 49,54% di Bernie Sanders rimanda l’immagine di una candidata che ha perso smalto, che non riesce a conquistare i cuori di un elettorato che ha bisogno di leader il cui carisma vada al di là di quello evocato dal proprio cognome. Proprio l’identikit di Sanders, guerriero di mille battaglie dagli anni ’60 ad oggi, capace di portare dalla proprio parte i giovani under 35 (a dispetto dei suoi 74 anni, praticamente l’età dei nonni di chi lo vota). La partita del New Hampshire, in cui i sondaggi danno avanti il senatore del Vermont, sarà un altro duro banco di prova per Hillary, in attesa del “super martedì” del 1 marzo che probabilmente darà le indicazioni decisive sulla corsa verso la Casa bianca.

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