Primarie in Iowa: la vigilia

Primarie in Iowa: la vigilia
Bernie Sanders e Donald Trump - Foto: Huffington Post

C’è una domanda che aleggia sulle teste di candidati, analisti, sondaggisti, capoccioni e benpensanti, in questa vigilia di primarie: e se avessimo sottovalutato Donald Trump e Bernie Sanders? Se tutti i “vedrai che tanto si sgonfiano”, “gli americani alla fine votano al centro” si sciogliessero come neve al sole in una calda mattina di primavera? (esempio molto lontano dalla realtà climatica dell’Iowa di questo periodo, ma ci siamo capiti).

Il miliardario newyorkese arriva al primo test della lunga corsa alla nomination repubblicana in testa ai sondaggi nel proprio partito, e tutti quelli che lo avevano liquidato a fenomeno da baraccone stanno iniziando a preoccuparsi. Il suo fare sprezzante, arrogante e allergico al politically correct ha dettato la linea all’interno del dibattito repubblicano. Anche quando non c’era: nel dibattito di venerdì su Fox News ha fatto molto più rumore la sua assenza (motivata dalla presenza della moderatrice Megyn Kelly) che le proposte degli altri 7 candidati, tutti alla ricerca del proprio quarto d’ora di celebrità. Non che la strada sia tutta in discesa: in Iowa i sondaggi danno buone chances a Ted Cruz, che in quanto a sparate («mandiamo i 9000 funzionari del fisco a respingere i messicani al confine») non è secondo a nessuno. A vantaggio di Cruz potrebbe andare la componente religiosa dello Stato in cui si vota. L’Iowa, che designa solo l’1% dei delegati alla convention nazionale di luglio ma che è capace di mandare in cenere il futuro dei contendenti, ha una forte base cristiano-evangelica. Proprio dal voto dell’elettorato religioso partì la corsa che portò Ronald Reagan alla Casa bianca, e c’è da giurare che dallo stesso voto passerà l’esito delle primarie in campo repubblicano. In questo Cruz, campione dell’integralismo religioso di destra, potrebbe essere davanti a Trump, che non a caso in queste ore ha cercato (e ottenuto) l’appoggio del reverendo Jerry Falwell Junior, preside della cristiana Liberty University. Mosse e contromosse di chi sa di giocarsi qui e oggi una buona fetta delle proprie possibilità.

Dall’altra parte c’è un attempato signore, governatore di un piccolo Stato come il Vermont, che sta facendo tremare Hillary Clinton. Bernie Sanders arriva ai caucus in Iowa molto vicino nei sondaggi alla moglie del già presidente Bill, cavalcando l’onda dello scontento popolare nei confronti della classe politica. Proprio come quella di Trump, la candidatura di Sanders si fa sempre più realistica: è con lui l’America della working class che chiede l’innalzamento del salario minimo, ma anche i giovani, componente che 8 anni fa fece la fortuna di un improbabile candidato afroamericano di Chicago. Ma se in campo repubblicano la situazione appare fluida, tra i democratici il candidato designato c’è già, o meglio ci sarebbe. La Clinton, che in questi giorni si è guadagnata l’endorsement del New York Times, è nella difficile posizione di chi sa di avere tutto da perdere. Di certo non la sta aiutando la vicenda delle circa 1300 email conservate nel suo server privato quando era Segretario di Stato. In queste ore è uscita la notizia che 22 di quelle mail erano classificate come “top secret” e non “riservate” come si pensava. A dichiararlo è stato il Dipartimento di Stato, ovvero proprio il ministero di cui era a capo. La tempistica (a poche ore dall’inizio delle primarie) appare se non altro sospetta, e la dice lunga sul clima di sospetti e veleni che si respira attorno al clan Clinton.

Tattiche, discorsi, numeri, dibattiti, previsioni, finanziamenti. Sta per cominciare la grande, pazza corsa da un lato all’altro dell’America per decidere chi si sfiderà a duello il prossimo novembre.

 

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