Amnesty International: «Arabia Saudita usa gli stessi metodi dell’Isis»

Amnesty International: «Arabia Saudita usa gli stessi metodi dell’Isis»

L’Arabia Saudita si conferma come uno dei Paesi peggiori per quanto riguarda «l’assenza totale di diritti umani», come evidenziato dai dati di Amnesty International, in testa alla macabra classifica mondiale per l’elevato numero di esecuzioni capitali. Gli ultimi mesi hanno visto un’ulteriore recrudescenza: 102 persone giustiziate, corrispondenti ad un aumento del 47% rispetto ai numeri già allarmanti che lo caraterizzavano.
Una nuova ondata senza precedenti che vede la monarchia saudita pronta a condannare a morte altre 50 persone. Già da tempo era stata denunciata l’impennata degli arresti di attivisti, blogger e chiunque osi criticare la leadership politica e religiosa, anche via social network. Tra questi il poeta palestinese, Ashraf Fayad, 35 anni, condannato per apostasia, e Ali al-Nimr, dissidente arrestato ancora minorenne per aver partecipato a manifestazioni anti governative, nipote dello sceicco Nimr Baqir al-Nimr, autorevole religioso sciita dell’Arabia Saudita orientale, anch’egli condannato a morte. David Kaye, relatore speciale Onu sulla libertà di espressione, ha affermato: «Una risposta tanto violenta contro una legittima forma di opinione ed espressione ha un diffuso e spaventoso effetto in tutta la società saudita».
James Lynch, vice direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International, fa sapere: «Tra coloro che sono a rischio imminente di esecuzione ci sono sei attivisti musulmani sciiti che sono stati condannati in processi palesemente iniqui. È evidente che le autorità saudite stanno usando la lotta al terrorismo per regolare i conti politici. Tre di questi sei attivisti sono stati condannati per ‘reati’ commessi da bambini e hanno riferito di essere stati torturati per confessare. Dato ciò che sappiamo circa le profonde carenze nel sistema di giustizia penale saudita, nutriamo una serie di preoccupazioni circa l’equità dei processi per pena di morte nel paese».
Processi sommari, pesantemente irregolari ed inaffidabili, con condanne eseguite utilizzando la decapitazione, o in rarissimi casi il plotone d’esecuzione. La comunità internazionale si sta muovendo per bloccare le esecuzioni, che spesso vengono messe in atto in pubblico, lasciando cadaveri e teste mozzate volutamente esposti come disincentivo. La recente escalation ha avuto inizio con il succedersi al trono a gennaio di Salman, come evidenziato dagli osservatori internazionali, e ha “costretto” il governo a cercare nuovi boia, pubblicando un bando sul portale di offerte di lavoro nel settore pubblico. Agli otto candidati viene “solamente” richiesto di «essere in grado di decapitare in pubblico ed eseguire amputazioni per reati minori».
Amnesty International lancia l’allarme: «Stessi metodi di Isis», con la pena capitale prevista per traffico di droga, stupri, omicidio, apostasia, rapina a mano armata e stregoneria. Il sistema giuridico dell’Arabia Saudita si basa infatti sulla legge islamica della “sharia” e i giudici sono esponenti religiosi appartenenti alla scuola ultraconservatrice sunnita Wahhabi, e non sono pochi gli esperti in materia che ritrovano un identico legame teologico, basato sulla inflessibile interpretazione wahhabita dell’Islam.
Sebbene il Paese faccia parte della coalizione Usa contro l’Isis – dato che il Califfato non legittima il potere, basato sulla religione, della famiglia regale Al Saud -, Amnesty International chiede a gran voce alla comunità internazionale di prendere una posizione ferma e limpida in merito all’attuale situazione saudita dei diritti umani: «Paesi che hanno una lunga tradizione abolizionista, tra cui la stessa Italia, dovrebbero prendere atto che in Arabia Saudita c’è una situazione dei diritti umani molto grave, che riguarda anche ma non solo la pena di morte e cessare di considerare Riad unicamente come un importante alleato, un prezioso partner commerciale e un lucroso mercato per la vendita delle armi».

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