Dentro l’Isis: intervista a un ex jihadista

Dentro l’Isis: intervista a un ex jihadista

Video di terrore e morte, dichiarazioni spaventose e attentati incomprensibili. Ma cosa sappiamo davvero dell’Isis e dei suoi uomini?

Il giornalista americano Michael Weiss ha cercato di rispondere a questa domanda intervistando un disertore dell’ISIS per il The Daily Beast, giornale di cui Weiss è editore. Si tratta di Abu Khaled, ex membro del servizio di sicurezza dello stato islamico. Un siriano di mezza età le cui qualità, in particolare la conoscenza della lingua araba, inglese e francese, sono risultate tanto utili ai leader dell’Isis da attribuirgli il difficile compito di formare la fanteria jihadista da porre alla frontiera di Al-Bab.

Abu Khaled si è unito all’ISIS il 19 ottobre del 2014, convinto che l’America fosse parte di una cospirazione globale, guidata da Iran e Russia, per mantenere al potere Bashan al-Assad. «Andai lì alla ricerca di un’avventura. Volevo vedere che tipo di persone fossero. Adesso sono miei nemici – e li conosco molto bene».

Dopo essere accettati come membri dello Stato islamico, inizia per gli aspiranti il periodo di formazione. «Devi seguire alcune lezioni. Ti insegnano come odiare le persone» ha detto Abu Khaled. Durante queste settimane ai membri viene insegnata la versione dell’Islam che l’Isis supporta: i non mussulmani devono essere uccisi perché nemici della comunità islamica. La scelta di divenire un kamikaze avviene in quei giorni. «Quando ti unisci all’Isis, durante i giorni di formazione, ti chiedono “vuoi essere un martire?” e quelli che alzano la mano sono riuniti in un gruppo separato».

Nel suo lavoro presso il servizio di sicurezza, Abu Khaled ammette di aver incontrato tedeschi, olandesi, francesi, venezuelani, americani e russi; tutti uniti nel bruciare il proprio passaporto d’origine e custodire l’unica vera fede. Nei primi mesi del suo operato, arrivavano in Siria circa 3000 soldati stranieri ogni giorno. Più tardi, a causa dell’altissimo numero dei morti, l’Isis vide crollare l’ammontare di stranieri desiderosi di unirsi alle sue fila. Per questo il comando pensò a una riorganizzazione: «Cercano di costruire cellule silenziose in tutto il mondo. Chiedono alle persone di rimanere nei loro paesi e combattere lì, uccidere persone, far saltare in aria edifici, qualsiasi cosa possano fare. Ma non è necessario che loro si muovano!».

Come in ogni potere fondato sul terrore, l’ordine è rispettato in modo ferreo. Il principio di “uguaglianza prima della legge” è uno dei pilastri del programma politico populista dell’Isis. Abu Khaled racconta un aneddoto interessante a questo proposito. Si era presentato alla corte dopo aver perso il suo computer personale, precedentemente confiscato per un controllo. «Giuro su Dio, il giudice prese il telefono e disse “Ok ragazzi avete 24 ore. Ho bisogno del suo computer o che lo compensiate in denaro. Altrimenti vi porto in piazza e vi faccio a pezzi di fronte a tutti”. Tu puoi anche non essere nessuno, ma ottieni comunque giustizia. Questa è una delle ragioni per cui anche le persone che odiano l’Isis la rispettano».

Le regole “morali” da rispettare sono moltissime e gli Al-Hisbah sono i poliziotti adibiti a controllare che accada. «Sono severi. Se il tuo ristorante viene trovato sporco, ti fanno chiudere per 15 giorni fino a che non assolvi al tuo dovere». Se bevi sei punito; se fumi rinchiuso per alcuni giorni.

Non ci sono Tv, soltanto un giornale dell’Isis Akhbr Dawli Islamiya, nessuno può scegliere cosa indossare o tagliare capelli o barba. Se quest’ultima è troppo corta, si è costretti a trascorrere almeno 30 giorni in prigione.

«Un giorno mi sono guardato allo specchio – racconta Abu Khaled – avevo una lunga barba. Non mi sono riconosciuto. È stato come dicono i Pink Floyd “c’è qualcuno nella mia testa ma non sono io”». Con un falso ID e vestito da civile, Abu Khaled si è allontanato dall’Isis ed è oggi un disertore, un kafir (infedele) per lo Stato islamico. Nonostante questo, vive ancora in Siria per combattere i nemici di cui faceva parte.

«Si deve morire da qualche parte. Che faresti se qualcosa del genere accadesse nel tuo Paese? Sceglieresti di morire per il tuo Paese e per le generazioni future o fuggiresti via?».

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