Stati Uniti: Washington concentrata sulla Siria

L’amministrazione americana è paralizzata dall’aggravamento della crisi siriana e globalmente inudibile dopo l’inizio dell’insurrezione sedici mesi fa ed esce lentamente dal suo torpore. Ma l’assenza di un piano di azione coerente dopo il debutto dell’insurrezione in Siria e il malcontento dei componenti dell’opposizione siriana potrebbero lasciare forti dubbi se gli eventi andranno a peggiorare. Washington continua a chiamare il presidente siriano, Bachar el Assad, a negoziare un uscita onorevole ma sembra ormai giudicare la vittoria dei ribelli “ineluttabile”.

La segretaria di Stato americano, Hillary Clinton, ha inoltre chiamato martedì la ribellione a preparare “i giorni successivi della caduta del regime” quando si tratterà di contenere tutte le violenze. Questa tardiva presa di coscienza del nuovo rapporto di forze in Siria ha scatenato una molteplicità di riunioni di coordinamento ai più alti livelli della capitale federale. “Siamo soltanto agli inizi”, ha dichiarato un funzionario di Washington D.C sotto stretta copertura dell’anonimato. ”L’intensità delle discussioni è comunque aumentata così come l’ansia”, ha aggiunto il funzionario stesso. Altre consultazioni sarebbero in atto  con la Turchia, Israele e la Giordania, a proposito di un flusso crescente di rifugiati siriani e dell’arsenale chimico di Damas (già documentato in un precedente articolo n.d.r). Rimane dunque la spinosa questione dell’insurrezione armata. Fino ad ora Washington si è rifiutata di aiutare una ribellione sostanzialmente frammentata e costituita da più di trecento gruppi autonomi. Al contrario i responsabili dell’opposizione che potrebbe essere condotta ad assumere un futuro ruolo politico in Siria non sono sempre identificati. La Casa Bianca scarica la colpa sulla CIA. La centrale de Langlev, ben introdotta dall’opposizione in esilio in Turchia, avrebbe tutte le pene del mondo ad arrendersi sulla resistenza armata e le sue motivazioni. L’assenza totale di risorse umane sul terreno, dopo la chiusura dell’ambasciata di Assad a Damas nello scorso febbraio, ha seriamente complicato le cose, e devono fidarsi unicamente dei mezzi tecnici preziosi ma certamente limitati. Il pericolo, quanto a lui, rimane identificato. “Un quarto dei gruppi combattenti si rivendicano come appartenenti ad Al Qaeda”, ha segnalato Mike Rogers, parlamentare repubblicano e presidente della commissione sull’informazione della Camera dei rappresentati. In caso di un affondamento subito dal regime, questi islamici potrebbero mettere le mani su tutto o parte dell’arsenale chimico, materializzando il peggior dei scenari ipotizzati da Langlev. La situazione rimane mal percepita anche da parte della comunità americana. Assolutamente coscienti del ritardo accumulato, l’amministrazione Obama ha affermato di vigilare minuziosamente sul successo militare della ribellione per disporre in fine di una base geograficamente sicura, al contrario della copertura aerea in Libia negli anni passati. Cosa ampiamente riconosciuta dalla segretaria di Stato Hillary Clinton martedì che ha colto l’occasione per precisare che “occorre lavorare in stretto contatto con l’opposizione che controlla un territorio sempre più vasto e disporrà a breve di un santuario all’interno della Siria, da dove potranno essere lanciate nuove azioni”. Sperando , per cominciare che l’insurrezione conforti la sua posizione nella seconda città del paese, Alep. 

Manuel Giannantonio

27 luglio 2012

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