La guerra all’Isis, un’analisi geopolitica

La guerra all’Isis, un’analisi geopolitica

La sera del 13 Novembre il mondo, ancora una volta, si è ricordato drammaticamente della minaccia costituita dall’Isis. Non è facile – preoccupante che molti non abbiano sentito lo stesso disagio – affrontare a caldo un tema così complesso ma è ferma convinzione dell’autore che al cordoglio debba essere affiancata la consapevolezza di ciò che sta accadendo e che potrebbe accadere. L’autoproclamato Stato Islamico pone interrogativi di diversa natura: politica, cioè la possibilità che il fenomeno del terrorismo ha di assumere una cornice politico istituzionale; teologica, nel grande vuoto creato dalla mancanza di un dibattito teologico-politico nel mondo islamico e dalla divisione tra le diverse correnti; militare, basti pensare al discusso uso di attacchi aerei da parte di alcuni stati rispetto a un intervento di terra; etica e giuridica, riguardante l’annoso dibattito intorno all’idea di guerra giusta; geopolitico, nel momento in cui ci interroghiamo sulle ragioni di diversa natura (territoriali, energetiche, politiche, economiche) che hanno portato alla nascita dell’Isis e che tuttora permettono il suo perdurare. Di quest’ultima parte ci occuperemo nel resto dell’articolo. È fondamentale premettere che l’analisi geopolitica, in particolare nella lunghezza di un articolo, non ha pretese di esattezza  scientifica e completezza euristica. L’intento, invece, è quello di dipingere un quadro vicino alla realtà in modo da capirne gli snodi fondamentali e, in questo caso particolare, i punti di criticità.

La grande domanda, la cui risposta è spesso ignorata o peggio temuta, è la seguente: perché la coalizione anti-Isis, pur vantando una potenza militare esponenzialmente superiore, non riesce ad avere la meglio? Quali sono gli interessi in gioco? Un primo fattore da considerare è il pericolo della creazione di un grande corridoio sciita  che va dal Golfo Persico al Mar Mediterraneo. Se avete una mappa prendetela: gli Hezbollah in Libano, Assad (fazione Alawita) in Siria, l’Iraq con un governo sciita, l’Iran, la cui popolazione è in maggioranza sciita, il cui peso economico con la progressiva diminuzione delle sanzioni aumenterà in grande misura. È evidente che alcuni paesi sunniti che oggi avvertono la minaccia dell’Isis, in passato hanno apprezzato (e forse finanziato) il suo ruolo di  bastione anti-sciita nell’area. L’Arabia Saudita potrebbe essere senz’altro annoverata tra questi.

Un altro attore importante, la Turchia del neo-rieletto presidente Erdogan, potrebbe valutare una sconfitta totale dell’Isis come un trampolino di lancio per le rivendicazioni dei curdi turchi (che combattono lo stato islamico via terra) di quelli  iracheni, e di quelli siriani. La nascita di uno stato curdo, dato il gran numero di curdi in quei territori e la specificità della loro cultura, non è un’utopia. Gli Stati Uniti, dal canto loro, dopo essere stati protagonisti indiretti (e diretti?) della situazione nel Medio Oriente, potrebbero aver perso interessi economici nell’area. Forse è un’ipotesi ardita, ma non sembra assurdo collegare lo sviluppo dello shale oil statunitense con l’abbandono di un ruolo da protagonista nell’area, ruolo peraltro in questi giorni rivendicato dalla Russia.

In Libia la situazione non è migliore. Accanto al governo di Tobruk, sostenuto da Egitto e Arabia Saudita, c’è il governo di Misurata, la cui legittimità è sostenuta da Qatar e Turchia, e una serie di città-stato indipendenti. La frammentazione politica ha come conseguenza diretta la possibilità per l’Isis di penetrare nel territorio e, fenomeno ugualmente preoccupante, di confondersi tra la popolazione che chiede rifugio al di là del Mediterraneo.

Come emerge il quadro geopolitico attorno all’Isis è dunque estremamente complesso e gli interessi in gioco sono molteplici e di varia natura. In questa sede ne abbiamo accennati alcuni, ma è bene tenere presente che un’analisi completa mostrerebbe altri interessi e altri protagonisti insospettabili della vicenda. In conclusione non si può non menzionare l’assordante silenzio di una comune politica estera europea, forse persa tra le tante voci dei singoli stati coinvolti.

Paolo Santori

16 novembre 2015

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