Birmania: il vento di libertà di Aung San Suu Kyi

Birmania: il vento di libertà di Aung San Suu Kyi

Il partito al potere ha riconosciuto la propria sconfitta di fronte al partito guidato da Aung San Suu Kyi. Una vittoria storica, al termine delle prime elezioni legislative libere dopo 25 anni

NAYPYIDAW – Una folla in festa vestita di magliette rosse afferma: “Dobbiamo vincere” oppure “Votare per il cambiamento”. Con questi slogan, la stessa massa umana si è riunita di fronte alla sede della Lega Nazionale per la Democrazia, in attesa dell’arrivo di Aung San Suu Kyi. “Attendiamo questi risultati da anni”, si entusiasma un proprietario 42enne di un negozio di telefonia. Anche lui indossa una maglietta rossa appena comprata con la scritta “Madre Suu”, come la chiamano affettuosamente i birmani. “Credo che il popolo abbia già un’idea dei risultati anche se non dice nulla”, ha dichiarato Suu Kyi dopo essersi presentata dal balcone dei locali del suo partito.

La LND ha ottenuto 15 dei 16 seggi dei deputati annunciati lunedì dalla commissione elettorale. Questo risultato è sensazionale, soprattutto per la storia personale di Suu Kyi che lo precede. La leader della LND vede così premiati i domiciliari che gli hanno impedito di vedere crescere i suoi bambini, restati in Inghilterra, dopo aver rappresentato per 30 anni la democrazia per i suoi connazionali.

Un primo piano di Aung San Suu Kyi – Foto: Image via Getty

Il portavoce del partito ha dichiarato: “Abbiamo oltre il 70% dei seggi attraverso il paese”. Questo risultato permetterebbe a Suu Kyi di avere una maggioranza assoluta nonostante la presenza di un quarto dei deputati militari, non favorevoli alla LND. Dopo decenni di giunta militare, e di dominio dopo le riforme del 2011, questo risultato conferma una nuova scena politica per il paese. Negli anni, i vari generali si pronunciavano come riformatori e sostenevano che avrebbero rispettato l’inalienabile verdetto delle urne, tuttavia, i numerosi arresti di studenti e dirigenti vari ma anche di migliaia di musulmani privi del diritto di voto, hanno incrinato il rapporto con l’elettorato.

“Abbiamo perso”. Con queste semplice parole, Htay Oo, presidente ad interim del partito al potere in Birmania, ha riconosciuto la sconfitta di fronte al premio Nobel per la pace Aung Saan Suu Kyi. Lo spoglio dei voti è ancora in atto in alcune zone del paese, ma la vittoria della Lega nazionale per la democrazia è evidente, come riportato dall’agenzia stampa britannica Reuters.

Le prime elezioni legislative libere della storia del paese si sono svolte in un clima di pace. “Nonostante qualche lamentela, tutto si è svolto tranquillamente”, ha titolato il giornale birmano The Irrawaddy dopo lo storico scrutinio.“Per decine di migliaia di Birmani, aver l’opportunità di votare alle elezioni generali di Domenica è stato un momento particolarmente apprezzato”, riporta lo stesso giornale vicino all’opposizione. Un’ammissione largamente condivisa dal The New York Times, che evoca un sentimento di unione tra gli elettori.

Un portavoce della LND ha indicato a The Irrawady, a 16 ore dalla chiusura dei voti, che il suo partito non aveva ricevuto informazioni circa le violenze legate alle elezioni. I corrispondenti del giornale, presenti in diverse zone del paese, hanno confermato che non ci sono stati episodi di violenza rilevanti e nemmeno incidenti. Alcuni elettori si lamentano tuttavia delle lunghissime code per votare, specialmente nelle grandi città.

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La LND ha bisogno di ottenere 330 seggi nelle due camere (circa il 67%) per avere la maggioranza. Il capo di Stato inizierà la sua carica a partire dal 2016. Con la maggioranza, la LND potrà scegliere il presidente anche se Suu Kyi è perfettamente consapevole di non poter ricoprire questa carica, poiché, la Costituzione vieta l’accesso alla funzione a chiunque abbia figli di nazionalità diversa da quella birmana.

Ad oggi, l’ultimo elemento di confronto con questo risultato storico sono le elezioni legislative del 1990, largamente vinte dalla LND ma la giunta militare non confermò la realtà dei fatti costringendo ai domiciliari Aung San Suu Kyi. 25 anni dopo, la situazione si è capovolta. Oggi, soffia un vento di libertà atteso da anni.

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