Erdogan ce l’ha fatta, purtroppo

Erdogan ce l’ha fatta, purtroppo

L’Akp con 316 seggi su 550 ottiene la maggioranza assoluta radendo al suolo ogni spiraglio di reale cambiamento.

Il partito islamico di Tayyip Recep Erdogan ha vinto le elezioni presidenziali in Turchia. Con 40 seggi in più l’Akp ottiene la maggioranza assoluta a un passo dal numero legale – 15 seggi in più – utile a cambiare la Costituzione turca in chiave presidenziale. La rielezione di Erdogan ha provocato molti scontenti nella popolazione turca, ma la vittoria schiacciante dettata da quel 49,4% pone il “sultano” ancora come leader forte, con un rialzo di 9 punti percentuali rispetto alle elezioni del giugno scorso. Il post-elezioni è caratterizzato dalle tensioni, specie nel sud-est del paese, dove a Diyarbakir sono avvenuti scontri fra poliziotti e curdi. Il Pkk si è infatti imposto nella regione in questione ma ha ottenuto un 10,3% a livello nazionale: un calo di tre punti percentuali in confronto ai risultati del giugno scorso. L’Hdp, altro grande partito filo-curdo, entra in Parlamento grazie al 10,3% dei voti. Positivo anche il risultato per i repubblicani del Chp (25,2%) che schiacciano con i voti ottenuti in Tracia e costa egea la destra ultra-nazionalista del Mhp, in flop all’11,9%.

Distribuzione dei seggi nelle varie regioni turche. Fonte: www.aa.com.tr
Distribuzione dei seggi nelle varie regioni turche. Fonte: www.aa.com.tr

Al di là dei numeri, le ultime elezioni in Turchia sono un fatto politico importante che obbliga a profonde rivalutazioni sul futuro del paese. Gli episodi della strategia del terrore dell’ultimo periodo – strage di Ankara su tutti – hanno offerto al neo-eletto presidente un terreno ideale dove radicare la paura verso ipotetici e concreti cambiamenti politici. Invece di farlo crollare, Erdogan è uscito rafforzato dal sangue versato nelle piazze turche arginando abilmente le accuse in forza politica consensuale. Nel nome del miglior conservatorismo e attraverso lo slogan “una Nuova Turchia”, il partito Giustizia e Sviluppo di Erdogan e del premier Davutoğlu, offre in realtà l’esatto opposto del concetto di cambiamento. Dal 2002 – primo anno di Erdogan al potere –  in Turchia si assiste al tentativo di stravolgere quel principio di laicità portato a parziale compimento dal patriota Atatürk. Ed è proprio dai tempi precedenti allo slancio democratico dato dal padre fondatore del moderno Stato turco, che il paese a cavallo fra oriente ed Europa, non vedeva un periodo così cupo a livello politico e sociale. Quello che è stato definito come un “sultanato” è di fatto uno Stato in cui la paura ha portato i cittadini turchi a votare in un clima di tensione e paura con tensioni anche negli stessi seggi. Con l’Isis alle porte – concedete l’eufemismo – e l’influenza russo-americana, la Turchia nel ruolo di cuscinetto diplomatico deve tenere almeno la popolazione sotto certi schemi; e il popolo ha pensato di puntare sul cavallo apparentemente più stabile. Sul piano interno le bombe, le esplosioni, la repressione dei manifestanti di ogni sorta, unita alla censura più becera della stampa, hanno completato il quadro: la Turchia di Erdogan è anche questa oltre a quella che oscura Twitter; un paese costituitosi per essere laico che invece si ritrova a chiudersi nella becera convinzione che il conservatorismo e il lustro liberista in salsa nazionalista-islamica sia la via da seguire, la concreta possibilità di cambiamento. La Turchia e la sua gente non hanno saputo cogliere le reali e storiche alternative politiche che si sono susseguite, un grave errore di valutazione sociale pervaso dall’ombra dei brogli elettorali: una spaventosa comparazione nell’epoca nostrana del piombo. Sul piano internazionale la Turchia vedrà a breve, con l’ennesimo tentativo di centralizzazione del potere in forma presidenziale, un cosmetico inasprimento sul confine in chiave anti-Isis e una politica di chiusura nei confronti di curdi e migranti. Twitter a parte, bell’affare amici turchi.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook