Siria, Esercito siriano libero: mega operazione contro Assad

“Il vulcano di Damasco e il terremoto della Siria“, questo il nome dell’operazione su larga scala annunciato ieri sera dai membri dell’Esercito siriano libero. L’operazione è cominciata ieri alle ore 20:00 locali, si legge in un comunicato del  comando congiunto di Homs e del Consiglio militare dell’esercito siriano libero, “in risposta ai massacri e ai crimini barbari compiuti dal regime del presidente Bashar al Assad”.

Il comunicato informa che i primi attacchi sono stati compiuti in “tutte le stazioni e i posti di sicurezza nelle città e nelle campagne per provocare scontri violenti (con le forze di Assad ndr)” e si invita tutto il popolo a “a circondare tutti i posti di blocco, le stazioni della polizia, dell’esercito e degli shabiha (milizia pro-regime ndr) in Siria e a combattere violentemente”.

Questa mattina gli scontri maggiori si registrano nel quartiere Midan di Damasco, ad alcuni chilometri dal cuore della capitale dove i militari lealisti hanno schierato per la prima volta i carrarmati, scontri anche nei sobborghi di Barzeh, Qabun, Jobar e Qadam. I Comitati parlano di bombardamenti anche a Homs sui quartieri ribelli di Khaldieh e Jorat Shayah, e su Dayr az Zor.

Secondo fonti locali interpellate da Aki-Adnkronos International, questa mattina almeno cinque persone sono state uccise negli scontri violenti che hanno lambito anche il centro della capitale. Mentre nella giornata di ieri l’emittente araba Al Arabiya su Twitter ha annunciato la morte di 97 persone, delle quali  30 nella provincia di Hama e 21 in quella di Homs.

Intanto mentre il mondo si interroga su cosa succederà nelle prossime ore e nei prossimi giorni, centinaia di persone continuano a morire in tutto il paese, ovunque regna il caos, in molti tentano di lasciare la Siria e si affaccia non solo la paura di un conflitto internazionale ma anche l’utilizzo di armi chimiche da parte del regime di Assad.

A diffondere questa paura Nawaf Fares, politico siriano che ha lasciato il governo di Assad rinnegandolo e che ha dichiarato alla BBC che il regime siriano non esiterà a utilizzare le armi chimiche di cui dispone se sarà messo all’angolo dalla comunità internazionale. Non solo, secondo Fares queste armi, probabilmente, sono state già usate.

Fares ha detto di sospettare che la maggior parte dei bombardamenti che stanno scuotendo la Siria siano stati orchestrati dal regime, in collaborazione con al-Qaeda, queste le sue parole: “Ci sono informazioni, per ora non confermate, secondo cui le armi chimiche sono utilizzate in parte nella città di Homs”.
Una situazione del genere non si può più ignorare.

Su quanto sta accadendo in Siria si è espresso anche il premier turco Recep Tayyip Erdogan che durante un congresso provinciale di partito a Kocaeli ha dichiarato che:

“presto o tardi questo tiranno sanguinario se ne andrà e il popolo siriano gli chiederà conto delle stragi che ha commesso. Non ci sono più parole per descrivere quello che accade in Siria. Questi massacri crudeli e tentativi di genocidio, questa brutalità disumana non sono altro che il rumore dei passi di un regime che se ne va. Abbiamo visto la stessa situazione con il regime di Saddam in Iraq, con quello di Gheddafi in Libia e con quello di Mubarak in Egitto. Chi punta le armi contro il suo popolo per la sua personale ambizione e per mantenere il suo porto si sta solo preparando alla sua fine. Per decenni – ha proseguito Erdogan – il regime siriano autocratico non ha sparato un solo colpo per difendere la terra sotto occupazione. Questo regime dittatoriale non ha avuto il coraggio di sparare una sola pallottola ai veicoli militari armati nel suo territorio, nel suo spazio aereo o nelle sue acque. Ha solo potuto attaccare un aereo non armato nelle acque internazionali”.

Erdogan si riferiva all’aereo turco abbattuto dalla Siria il 22 giugno. Il primo ministro turco ha poi paragonato le recenti stragi compiute da Assad, tra cui quella di Tremseh, nella provincia di Hama, a quella che suo padre, Hafez al-Assad, aveva compiuto nel 1982 sempre a Hama:

“Sfortunatamente allora il mondo non alzò la voce contro quello che accade, ma oggi non c’è più una Turchia debole e muta che volta le spalle ai fratelli e vicini della regione”.

Enrico Ferdinandi

17 luglio 2012

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