Iran: la condanna “Kafkiana” di un giovane regista condannato a 6 anni di galera e 223 frustate

Iran: la condanna “Kafkiana” di un giovane regista condannato a 6 anni di galera e 223 frustate
Due primi piani di Keywan Karimi

Keywan Karimi è un regista iraniano che ha concentrato i suoi sforzi nella realizzazione di pellicole che rievocano la vita moderna e quella politica. Ed è, suo malgrado, protagonista di una storia dai contorni “Kafkiani”. I suoi progetti, hanno inevitabilmente catturato l’attenzione generale del suo paese, l’Iran. Contestatissimi, i suoi film “offendono l’Islam”

TEHERAN – Il regista iraniano è stato condannato a 6 anni di carcere e 223 frustate a causa dei suoi film. All’uomo, i cui lavori si concentrano sui problemi della vita moderna e sull’attività politica, è stato contestato il reato di “offese all’Islam”. Le pellicole incriminate includono un videoclip e un film, “Writing on the City”, che raccontano i graffiti politici in Iran dalla rivoluzione islamica del 1979 alle contestate elezioni del 2009. «Non capisco bene ciò che mi sta succedendo. Per ora, sono libero. Domani sarò arrestato, oppure il governo tornerà sulla mia condanna, se ci sarà una forte mobilitazione internazionale? Mi aspetto di tutto», ha dichiarato Keywan. Il cineasta iraniano di 30 anni, è stato condannato il 14 ottobre, a sei anni di prigione e 223 frustate dal regime iraniano. È accusato di “insultare l’Islam”, per quanto riguarda la scena di un bacio che non ha ancora girato, ma anche di “propaganda” contro il governo. “Writing on the city”, il suo ultimo film (Cortometraggio in bianco e nero minimale visibile su Vimeo), è un documentario di sessanta minuti sui graffiti e sui messaggi scritti nei muri della capitale iraniana, dopo la rivoluzione del 1979 fino al movimento del 2009, ed è all’origine della sua condanna.

Due primi piani di Keywan Karimi
Due primi piani di
Keywan Karimi

I problemi si materializzarono progressivamente al suo ritorno a Teheran dopo la presentazione del film al Festival di San Sebastian, tenutosi durante il mese di settembre nel 2013 . «Qualche tempo dopo, il 14 dicembre 2013, la polizia è arrivata a casa mia. Il mio hard disk è stato sequestrato e conteneva tutto il materiale del film. Sono stato arrestato e detenuto nella prigione di Evin, per due settimane, prima di essere liberato con il pagamento della cauzione». Analizzando i dati del film, i giudici hanno scoperto immagini della protesta del 2009, all’indomani della rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad. «I giudici mi hanno detto che avevo filmato quella scena nel giugno del 2009. Si tratta di un archivio. Ho ottenuto un’autorizzazione per girarla, ho mostrato tutti i miei documenti ai giudici, ma non hanno voluto ascoltarmi», ha commentato. «Sono dieci anni che faccio film. Non mi pongo mai limiti di censura. Faccio dei film per la storia, per testimoniare del mio paese, della mia vita», ha spiegato Keywan Karimi. I suoi lavori precedenti sono Broken Border (2012) et The Adventure of Married Couple (2013), ispirato a una novella di Italo Calvino, e premiata in numerosi festival.

Per quanto concerne, invece, l’altra accusa, il giovane cineasta ha spiegato che la scena del bacio non esiste: «L’attrice non ha accettato di girarla. Ha rinunciato a farlo.» I giudici hanno controllato la sua vita privata: «Una storia kafkiana». Karimi, oggi si augura che il suo film possa essere visto in un festival al fine di ottenere un sostegno.

Il giovane cineasta di Teheran, si aggiunge alla lista degli artisti iraniani, condannati negli ultimi anni per i loro lavori sovversivi. Tra loro, figura, Jafar Panahi, che nel marzo 2010, mentre realizzava un lavoro sul movimento iraniano del giugno 2009, venne condannato al divieto di fare film per vent’anni. Questo però non gli ha impedito di continuare. Il suo ultimo film, “Taxi Teheran”, girato con una telecamera nel veicolo, ha ricevuto l’Orso d’oro allo scorso Festival di Berlino.

In attesa dell’esito del ricorso in appello, Karimi non è stato arrestato. Ma queste, potrebbero essere davvero le sue ultime due settimane di libertà. Per Karimi, tutta questa storia è assurda e priva di senso poiché le riprese e la produzione di “Writing on the City” sono avvenute grazie al supporto dell’Università di Teheran. La condanna è probabilmente generata dalle pressioni dei conservatori iraniani nei confronti del presidente Rohani al fine di impedire la diffusione della “decadente cultura occidentale”.

Iran Human Rights ha lanciato una petizione per Karimi ma anche Amnesty International:

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