Libia: Le confessioni di un “foreign fighter” tornato dalla guerra

Libia: Le confessioni di un “foreign fighter” tornato dalla guerra

L’obbligo morale di agire per difendere il proprio popolo dalle atrocità commesse dal regime: ecco ciò che spinge Sam Najjari, di padre libico e madre irlandese, a lasciare nel 2011 la vita agiata di Dublino per recarsi in Libia e poi in Siria

Quella di Najjiar è un’esperienza singolare nel fenomeno eterogeneo dei foreign fighters, che oggi lo sappiamo bene, coinvolge molti ragazzi del vecchio Continente a partire, mossi da impulsi di origine diversa. Sam Najjiar, 35 anni, di origine libiche e irlandesi, non prova nessuna difficoltà a raccontare la sua storia di combattente straniero, spiegando la sua esperienza. È motivato dalla volontà di spiegare cosa spinge un ragazzo “occidentale” a lasciare la sua condizione per immergersi nella violenza. Nonostante, la sua esperienza risulti molto particolare, chiarisce le motivazioni di molti altri ragazzi come lui. Nato ed istruito a Dublino da una famiglia musulmana, di padre libico e di madre irlandese, una delle prime donne a convertirsi all’Islam nel suo paese, Sam è stato educato al rispetto dei valori religiosi, ma senza particolari fondamentalismi. Tuttavia, si è presto allontanato dalla pratica religiosa, come molti suoi amici, anteponendo alla fede altri interessi. Ma a un certo punto, il legame con la patria lontana del padre, ha giocato un ruolo decisivo.

«Avevo 9 anni quando sono andato per la prima volta in Libia, ero piccolo e molto impressionabile. Ho appreso rapidamente l’arabo, in sei mesi circa, e ciò mi ha permesso di entrare in empatia con il paese e con coloro, che come me, hanno origini differenti. Dopo questo primo soggiorno, sono arrivata a Dublino dove ho trascorso la mia adolescenza. Fu durante il mio viaggio da adulto che ho avuto la percezione evidente di cosa significa vivere sotto dittatura. All’epoca, c’era l’embargo e ho potuto vedere le punizioni di Gheddafi. Dopo due anni sono rientrato a Dublino, dove ho vissuto normalmente. Non ero più praticante, ho vissuto la mia vita e ho ottenuto un titolo di studio informatico, perché in quel periodo il settore informatico era in forte crescita in Irlanda».

E poi la primavera araba…

«Poi arriva il 2011: quell’anno, ho avuto la possibilità di vivere tranquillamente e la Libia ha avuto l’occasione di tentare di risolvere suoi problemi. Per mesi, ho seguito gli eventi alla televisione ed ero molto inquieto poiché sapevo che il regime era capace di uccidere numerosi innocenti. Ciò che mi scioccò fu l’intervento dei mercenari serbi arrivati in Libia, pagati da Gheddafi. Per combattere con l’intento di difendere la dittatura. Non avevo studiato molto la storia e non conoscevo i meccanismi di un intervento armato. Ma ho scoperto il numero di mercenari che combattevano nei nostri villaggi, pagati con denaro, droga e alcol. Era troppo, non potevo più restare senza fare nulla di fronte alle atrocità di cui parlavano i telegiornali. Mi ricordo di aver fatto un passo indietro e di aver detto: “I miei amici sono là. Devo fare qualcosa! Vado!”. Dovevo lasciare tutto e partire. È il ricordo della patria, devo combattere le ingiustizie. Ero pronto ad effettuare qualsiasi servizio, mettere a disposizione il mio inglese, per parlare con i media, occuparmi della distribuzione dei beni alimentari e anche utilizzare delle armi».

Cosa è successo quando è arrivato al fronte?

«Quando arrivi al fronte, ti immergi in qualcosa di completamente nuovo. In un conflitto militare, sei nudo, sei vestito ma è come se fossi nudo: non hai armi e non sei allenato. Sono andato, ho raggiunto una brigata alla quale apparteneva il mio suocero e mi sono allenato per mesi. In queste situazioni ti immergi immediatamente nel conflitto. Ho imparato molto sul linguaggio del corpo durante gli interrogatori. Dopo due mesi, ero al fronte e ci sono rimasto per otto mesi, a partire da giugno 2011. Mentre eravamo alle porte di Tripoli per liberare la città (ero con altri quattro uomini), abbiamo compreso la portata del conflitto, ma anche che le cose peggioravano. Poi dopo qualche tempo, ho deciso di andare in Siria per raggiungere i gruppi ribelli contro Assad».

Quanto la sua educazione musulmana ha influenzato la sua decisione di partire?

«Il mio viaggio in Libia come quello in Siria non hanno alcun fondamento religioso. Sono partito, come migliaia di altri uomini, motivato da uno spirito patriottico e non per ragioni religiose. Sono andato in Siria, con altre brigate libiche per dare quello che avevamo appreso dalla rivoluzione nel nostro paese: non era una guerra “normale”, ma una rivoluzione e serviva combatterla come tale. È per questa ragione che siamo partiti nel nord della Siria. Volevo vedere il popolo siriano libero dalla dittatura. Ecco la motivazione, non la religione».

Alcuni Foreign Fighters in guerra – Foto: euractiv.com

Qual è il suo rapporto con la violenza?

«Considero la violenza come il male necessario. Numerose persone diventano violente perché la violenza si presenta alle loro porte, è una reazione necessaria. L’ISIS non rappresenta l’Islam, è una deriva pericolosa. Nel 2012, quando sono arrivato in Siria, l’ISIS non era ancora implicato completamente nel conflitto, ma cominciava a reclutare giovani. Credo che sia successo perché molte persone attraversano l’esperienza drammatica della guerra, laici, liberali ecc… Perché quando ti trovi in una situazione orribile come la guerra, sei in pericolo. Poco importa dove sei. E quando sei in pericolo vorresti essere dalla parte dei buoni. È per questa ragione che le persone diventano religiose una volta arrivate là. L’ISIS è diventato affascinante perché prende uomini vulnerabili da paesi in conflitto e gli forniscono gli strumenti per difendersi da un luogo che sembra uscito dal peggiore dei film horror. La percentuale delle persone che partono con un obiettivo fondamentalista è molto bassa, ma dopo, ognuno diventa estremista. È difficile a spiegare, ma quando ti ritrovi la, hai talmente paura che non puoi fare a meno di pensare che sei lì per una buona causa. Non sai chi sono i tuoi amici e non conosci i tuoi nemici, come foreign fighter, non conosci nemmeno il paese e devi essere molto attento perché le dinamiche sono differenti, non sei a casa, potresti essere rapito e venduto. È fondamentale fare attenzione: non puoi attribuire la stessa etichetta a tutti, un giornale italiano mi ha etichettato come jihadista, ma non lo sono!».

Ha avuto problemi quando è tornato a casa? Come è stato accolto?

«Anche questo aspetto è interessante, perché mostra come i sistemi mediatici e l’opinione pubblica siano cambiati. Nel 2012, abbiamo combattuto le rivoluzioni e siamo stati considerati come eroi, anche dai media occidentali. Quando ero in Siria, l’ISIS non esisteva. Ma ora tutto è cambiato: c’è una guerra in Siria oggi, totalmente differente rispetto a quella di tre anni fa. Oggi, non potrei mai partire, non potrei combattere nello stesso campo del 2012, mi arresterebbero una volta rientrato in occidente».

(Intervista effettuata dalla Fondazione Internazionale ©Oasis)

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