Russia: perché l’intervento militare in Siria inquieta l’Occidente, aggraverà la situazione?

Russia: perché l’intervento militare in Siria inquieta l’Occidente, aggraverà la situazione?

Il Cremlino concepisce la presenza dell’esercito russo in Siria come legittima poiché soddisfa la richiesta del presidente Assad. Tuttavia, sul territorio non effettua nessuna distinzione tra oppositori e sostenitori del regime siriano. E poi, l’intervento militare costringerà altri siriani a lasciare il proprio paese?

MOSCA – L’aviazione russa prosegue i suoi colpi aerei in Siria, avendo nel mirino e come priorità le zone dei ribelli e dello Stato islamico. Questa campagna, si intensificherà e dovrebbe durare tre o quattro mesi, secondo le parole di un ufficiale russo. Quale saranno gli effetti di questi nuovi interventi in Siria? Quali saranno le conseguenze sulla popolazione civile?

Oggi, i siriani constatano che nessuna delle parti coinvolte nel conflitto ha interesse a negoziare. L’aumento dei bombardamenti nelle zone abitate sotto il controllo degli insorti non può che spingere i siriani a fuggire dal paese. La situazione generata dalle condizioni attuali, materializza una prospettiva che vede l’aumento del numero di siriani in fuga dal paese. L’intervento militare russo allontana, inoltre, l’eventualità della creazione di una zona di esclusione aerea, che potrebbe fungere da zona di rifugio per la popolazione civile minacciata dai bombardamenti del regime. L’intervento russo in Siria ha provocato senza alcun ombra di dubbio l’inquietudine occidentale. Se si cerca una spiegazione o le ragioni che hanno spinto Putin a prendere parte alla guerra civile siriana, ecco che la mancanza di chiarezza rafforza ragionevolmente gli interrogativi occidentali. Il presidente russo ha impiegato una considerevole forza militare in Siria per sostenere l’esercito di Assad, almeno ufficialmente. Nonostante le sue dichiarazioni, il capo del Cremlino non è riuscito a convincere completamente l’immaginario collettivo che la sua priorità sia combattere l’ISIS, e non salvare il regime siriano. E certo, le offensive di matrice russa nelle province di Hama, nel nord est siriano e ad Homs, nel centro del paese, non sgretolano i dubbi, anzi li rafforza.

Orenburg (Russia), il 19 settembre. Rinforzando Assad, Vladimir Poutine intende prendere vantaggio in Medio Oriente. (AFP/Aleksey Nikolskyi.)

Washington giustamente, si preoccupa della reale portata dell’obiettivo di questi colpi. “Sembra che erano in zone dove, probabilmente, non ci sono forze dello Stato islamico”, ha dichiarato il segretario della Difesa Ashton Carter, avvertendo che l’avanzamento russo “finirà male” se si pone come unico scopo la difesa del regime siriano. Il capo della diplomazia russa, Serguei Lavrov, ha letteralmente liquidato queste supposizioni, qualificandole come insinuazioni occidentali “infondate” mentre il suo portavoce si era espresso ieri affermando: “la diffusione delle informazioni da parte dei media stranieri che dicono che i civili erano coinvolti dalle operazioni militari russe fanno parte di una guerra mediatica contro la Russia”.  Mosca, ripete quasi ossessivamente che la sua presenza militare in Siria è un suo diritto poiché la sua implicazione si appoggia su una richiesta ufficiale del presidente Assad, contrariamente agli altri attori del conflitto, gli “Occidentali” che agiscono senza l’accordo del governo siriano, e senza nessun mandato firmato ONU.

Quartiere di Damasco bombardato. Continuano i raid russi, condannati della coalizione internazionale – Foto: arabpress

Indirizzandosi al proprio governo, Putin ha dettagliato il suo piano: “L’unico modo di lottare efficacemente contro il terrorismo internazionale – in Siria come negli altri territori vicini – […] è di guadagnare tempo, di lottare e di distruggere i combattenti e i terroristi sui territori che controllano e non di attendere che arrivino da noi”. Il problema, è che Putin concepisce “abbattere i terroristi” in maniera decisamente diversa rispetto agli Occidentali. Gli Europei, gli Americani e i paesi arabi fanno distinzione tra l’ISIS e il Fronte al Nosra (ramo di al Qaeda in Siria) e i ribelli moderati che sostengono. Mosca, invece, considera nemico qualsiasi oppositore armato al regime di Assad.

“La Russia si concentra nel nord-ovest, per proteggere la sua base navale di Tartus e la regione intorno a Lattaquié”, ha spiegato Shashank Joshi, ricercatore presso il Royal United Services Institute, con base nella capitale britannica. “Se la Russia perde la Siria, sarà un affronto geopolitico”, prosegue lo stesso Joshi. In Effetti, Mosca è un sostegno fondamentale per il regime di Damasco dall’inizio del conflitto datato 2011. Senza dimenticare, che la Russia difende gli interessi dell’Iran, altro sostenitore del regime di Damasco. Per Joshi, l’Iran sciita, come il presidente Assad “cercano soprattutto di proteggere una via di passaggio per lo Hezbollah, nelle regioni vicine alle frontiere del Libano e di Israele. Russia e Iran, sfruttano il vuoto l’asciato dall’amministrazione Obama che si è completamente disinteressata della sorte della regione. Mosca e Teheran, hanno concordato degli obiettivi a breve termine. La prospettiva di soluzioni resta ancora lontana, purtroppo.

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