Ad Ankara la pace si paga con la vita. Tregua del Pkk

Ad Ankara la pace si paga con la vita. Tregua del Pkk

ANKARA (TURCHIA) — Novantasette morti e più di quattrocento feriti, tra i quali moltissimi in condizioni disperate, questo il bilancio ufficiale della strage terroristica compiuta stamattina ad Ankara, la più grave sinora mai avvenuta. Due esplosioni hanno colorato di sangue una manifestazione indetta per chiedere la fine del conflitto tra i militanti curdi del Pkk e le forze di sicurezza di Ankara nel Sud Est del Paese. Una richiesta di pace che è stata pagata con la vita. Le immagini dei corpi straziati e delle persone ferite davanti alla stazione non hanno bisogno di commenti e rendono palpabile la paura che questo non sia l’ultimo attentato, soprattutto in vista del prossimo primo novembre, giorno di elezioni in Turchia.

In queste ore i separatisti curdi hanno dichiarato di voler sospendere gli scontri fino alla data delle elezioni. Un cessate il fuoco che verrà rispettato solamente a patto che l’esercito turco non faccia per primo azioni militari contro la popolazione.
Già ieri l’Hdp, il partito filocurdo dell’opposizione, promotore della marcia pacifica, aveva anticipato una possibile decisione in tal senso da parte dei guerriglieri curdi. Si attendono risposte dalle autorità, in questo braccio di ferro che non sembra aver fine tra l’Hdp  ed il partito di Erdogan, l’Akp. L’Hdp è molto fastidioso per Erdogan perché con il suo 14 per cento dei voti, che gli ha consentito una presenza in Parlamento, ha impedito al partito di Erdogan di avere la maggioranza assoluta dei seggi. Il partito filocurdo ha raccolto il consenso anche di chi vuole togliersi di mezzo Erdogan, bloccando per il momento la strada ad una trasformazione della Turchia in una repubblica presidenziale, ovvero una «repubblica dittatoriale».

Per Selahattin Demirtas, leader del partito Hdp, sotto accusa deve essere messo proprio il partito del presidente, colpevole di sostenere il terrorismo ed avere di conseguenza le mani sporche di sangue: «Stiamo assistendo a un enorme massacro», questo attacco è solo «una continuazione di quelli di Diyarbakir e Suruc».
Di contro Erdogan si è subito espresso con parole di condanna per un attentato che vuole minare, a suo dire, l’unità e la pace della società turca. Decisamente sospetto però il divieto imposto ai media di non divulgare le immagini della polizia che attaccava le persone che tentavano di portare via i feriti.

Una Turchia sempre più isolata a livello internazionale, che non deve arginare unicamente le tensioni interne ma anche far fronte a rapporti con l’esterno sempre più compromessi, vedasi quello con la Russia rea di parteggiare per il presidente siriano Bashar al Assad, o con la Nato, infastidita dall’intervento turco contro lo Stato Islamico mirato a colpire più i curdi che l’Isis.

Il calvario della Turchia sembra non aver fine, e questo voto che si attende potrebbe essere soltanto l’ennesimo scalino per la discesa negli inferi, sempre più lontano da una stabilità necessaria non solamente per il bene interno di un Paese che ha un ruolo fondamentale negli equilibri internazionali.

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