Charlie Hebdo: otto mesi dopo la strage, la satira del giornale affronta molti ostacoli

Charlie Hebdo: otto mesi dopo la strage, la satira del giornale affronta molti ostacoli
Le discusse vignette del giornale satirico - Foto: blazingcatfur.ca

La libertà di esprimersi e d’informare non implica necessariamente di porsi sempre nella zona dei suoi confini che purtroppo possono risultare decisamente pericolosi. Il giornale satirico francese però, otto mesi dopo la strage, mantiene la sua linea, trovandosi ad affrontare molte barriere

PARIGI – Il 7 gennaio 2015 è una data destinata a rimanere nella storia della cronaca internazionale e sono in molti ad aver definito quella giornata come l’11 settembre francese o l’11 settembre della stampa internazionale. Nell’attentato dei fratelli Kouachi, persero la vita i vignettisti Charb, Cabu, Honoré, Tignous, Wolimnski, l’economista Bernard Maris, la psicanalista e cronista Elsa Cayat, Michel Renaud, invitato dalla redazione, il correttore di bozze Mustapha Purrad, Frédéric Boisseau e due poliziotti, Franck Brinsolaro e Ahmed Merabet, il primo era incaricato della protezione di Charb mentre il secondo pattugliava la via fuori dalla sede del giornale. Una settimana dopo la strage, la redazione del giornale pubblica il numero post attentato. Dopo la messa in vendita del giornale, rimanevano soltanto pochissime copie nelle edicole francesi. Il giornale è stato realizzato nei locali di Libération.

La prima pagina riportava una vignetta di Luz, che rappresentava il profeta Maometto sullo sfondo verde (il colore dell’Islam), che esibisce la scritta “Je suis Charlie”. Il titolo scelto invece fu “Tout est pardonné” (Tutto è perdonato). Il giornale usci con il numero 1178, attraverso una tiratura eccezionale di tre milioni di esemplari. Il numero fu distribuito anche nelle piattaforme Windows, Android e iOS in quattro lingue (3 euro per la versione francese, 3,60 per la versione inglese e spagnola, in Italia usci insieme al Fatto Quotidiano).

Il mondo intero si è stretto intorno alla redazione di Charlie Hebdo come risposta all’attentato rivendicato dall’ISIS. Marce cittadine e repubblicane in solidarietà al settimanale e alle altre vittime, vengono organizzate il 10 e l’11 gennaio 2015 per denunciare il terrorismo e difendere la libertà d’espressione.

La marcia dell’11 gennaio 2015 vede radunarsi oltre 2 milioni di persone nella capitale francese ancora sotto shock mentre un altro milione di persone si riunirono nel resto della Francia. Questa manifestazione è stata descritta coma marcia del secolo francese e considerata come la più grande mai recensita nel paese. Riunisce ugualmente una cinquantina di capi di Stato. Manifestazioni spontanee accompagnate dal motto ”Je suis Charlie” sono state organizzate in nome della libertà d’espressione in tutto il mondo. Lo stesso mondo che oggi, otto mesi dopo, non capisce più la satira pungente del giornale caustico noto per la sua comicità irriverente e dissacrante ma soprattutto antireligiosa. La satira di un giornale autoproclamatosi irresponsabile.

La copertina del numero post attentato di Luz

I recenti disegni del piccolo Aylan, il bambino siriano di 3 anni ritrovato morto su una spiaggia greca, hanno provocato un’ondata di reazioni. Una reazione che evidenzia tutti i limiti e le difficoltà della satira di oltrepassare alcune barriere culturali. Charlie Hebdo è, dunque, un giornale difficilmente tollerato fuori dai propri confini. Una vignetta di Riss che rappresenta il piccolo Aylan su una spiaggia con alle sue spalle, un pannello raffigurante una pubblicità di McDonald’s, con didascalia: “cosi vicini alla meta” e un messaggio che recita: “Promo! 2 menu bambini al prezzo di uno”. Una seconda vignetta intitolata “La prova che l’Europa è cristiana”, mette in scena Jesù che cammina sull’acqua in cui vi è un bambino affogato, con didascalia: “I cristiani camminano sull’acqua” e “i bambini musulami affogano”.

Il pubblico non l’ha presa bene e non ha tardato a manifestare il proprio disappunto. Per molti, è una vignetta che non rispetta l’innocenza di un bambino di 3 anni morto in circostanze del tutto tragiche. Tra i detrattori di questa vignetta, c’è l’associazione degli avvocati neri britannici, Black Lawyers, che ha annunciato su Twitter che intende denunciare il giornale francese per incitazione all’odio e alla persecuzione razziale di fronte alla Corte penale internazionale. In realtà, il vero bersaglio dell’ultimo numero di “Charlie Hebdo” è proprio l’Europa e la sua gestione del caso migranti, come ha già fatto notare l’autorevole “The New York Times”. Le difficoltà di trasmissione della satira proliferata dal giornale sono note e riconducibili, soprattutto, al periodo post attentato. Spesso, le vignette sono decontestualizzate. Certo, il giornale si autoinserisce in un vicolo complicato: gli stereotipi razzisti e le parodie, specialmente dopo la tragedia, trovano davvero poco spazio. Tuttavia, non ci sono controsensi nelle analisi critiche di Charlie Hebdo.

La satira implica un grado di accettazione comune, ma la blasfemia – pratica ricorrente nelle pagine del settimanale francese- è una barriera assoluta per i paesi musulmani. Se le minacce nei confronti di questa satira sono per la maggioranza di matrice islamica, le società democratiche occidentali mostrano anch’esse un’evoluzione della loro sensibilità in questo senso. Gli individui sono più pronti a far valere il loro disappunto per lo shock generato da una pubblicazione umoristica che non rappresenta la loro visione del mondo e delle loro opinioni. Charlie Hebdo mantiene la sua fascia di lettori ma oggi ha gli occhi critici del mondo puntati addosso.

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