Strumentazione politica sulle condizioni di salute di Mubarak?

L’ex presidente egiziano Hosni Mubarak, rais dell’Egitto per quasi trentanni è gravissimo, pare sia in coma irreversibile. Questa è una versione, alla quale ne seguono altre, perchè le reali notizie sulla sua salute filtrano con difficoltà e spesso si contraddicono. Ad assisterlo ci sarebbero i figli che hanno ottenuto il permesso dalle Autorità egiziane a rimanere accanto al loro congiunto. Questo dato  dovrebbe dare la quasi certezza che il vecchio rais non sta bene e che sia in pericolo di vita. Un bollettino del Ministero dell’Interno dice: «Respira male, ha difficoltà di pressione arteriosa ma non è in coma». L’ultima notizia Ansa, di pochi minuti fa, vuole che le sue condizioni siano “gravi ma stabili”.

Quanto ci sia di vero in tutto ciò è difficile dirlo, perchè si può ipotizzare che tutto sia montato ad arte dagli avvocati e dalla famiglia per avere attenzione dai magistrati e ottenere gli arresti domiciliari, che gli permetta di lasciare la prigione di Tora dove attualmente si trova ricoverato nell’astanteria, oppure ritornare nella clinica delle forze armate, dove già è stato prima di essere condannato all’ergastolo, sicuramente più comoda dell’infermeria di un carcere vero.

Certo il morale di questo uomo, che oggi ha 84 anni, ed anche prima dell’inizio della rivolta di piazza Tahrir non godeva di buona salute,  è stato fatto a pezzi,  si è ritrovato destituito per volontà del suo stesso popolo  e non per un colpo di Stato o un intrigo di palazzo. É stato il primo leader dell’Egitto moderno ad  essere stato arrestato e condannato.

Tuttavia, sulla circolazione di queste voci sulla sua salute, c’è un altra teoria, legata al fatto  che il prossimo fine settimana il popolo egiziano è chiamato alle urne per il ballottaggio tra, Mohamed Morsi, il candidato dei Fratelli musulmani, e Ahmed Shafik, quello dei nostalgici del vecchio regime, divisi da pochi voti.

Questo spiegherebbe meglio l’altelenarsi di notizie sulla salute di Mubarak, che stando al suo  avvocato Fareid al-Deeb, è gravissima tanto che lo stesso raìs, nei giorni scorsi, lo avrebbe supplicato di aiutarlo ad uscire, dicendogli: «Vogliono uccidermi in prigione, mi salvi».

Dunque c’è preoccupazione  tra le due opposte fazioni,  per l’eventuale imminente trapasso di Mubarak: da un lato c’è chi lo vorrebbe fa morire in carcere e tenere nell’ombra i funerali, per un leader del passato da dimenticare, dall’altro c’è chi preferirebbe un funerale  di Stato, in pompa magna, a scopo propagandistico per l’affermazione del loro potere.

Quindi ancora una volta viene da chiedersi a cosa  sia servita la primavera araba, il sangue sparso per ottenere la liberazione dal giogo del raìs, se poi ancora metà dell’Egitto continua a vivere più nel passato che nel futuro? Unica certezza, a prescindere dal risultato elettorale, è che ci sarà un bel da fare per gli uomini del nuovo governo per portare avanti delle riforme, che diano un nuovo volto a questo paese. Un paese che non ha ancora delle idee sufficientemente chiare sul suo futuro e su dove voglia posizionarsi nello scacchiere internazionale.

Sebastiano Di Mauro

12 giugno 2012

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