Drone: il nuovo strumento di morte spesso inaffidabile

Drone: il nuovo strumento di morte spesso inaffidabile
Schermo di pilotaggio di un drone Foto: Intercepet Defense

I droni sono l’ultima frontiera tecnologica nelle guerre. Uno strumento che risulta spesso letale anche per molti innocenti

Schermo di pilotaggio di un drone Foto: Intercepet Defense
Schermo di pilotaggio di un drone Foto: Intercepet Defense

MONTANA (USA) – La tecnologia nelle guerre risulta essere spesso l’elemento determinante nell’andamento di un conflitto, insieme alla tattica. Sono molte le sofisticatissime apparecchiature sfruttate sul campo. Ultimamente, l’ultima frontiera in questo senso è il drone. Un velivolo telecomandato da un apposito computer posto in una cabina, dalla quale si può indirizzare il drone da molti chilometri di distanza sganciando bombe sul territorio nemico dietro una tastiera. Il grande vantaggio, è la capacità di colpire senza impiegare personale. Si può bombardare e uccidere senza complicazioni.

Sono molte le vittime innocenti dei droni in zone di guerra. Giovanni Lo Porto, cooperante per alcune organizzazioni umanitarie, rapito da Al Qaeda nel 2012, ha perso la vita per errore, in un raid americano, in Pakistan pochi giorni fa.

Bryant, un ex pilota 29enne del Montana, ha confessato il margine di errore piuttosto elevato dei droni, rivelando la sua rabbia per aver ucciso, probabilmente, tanti innocenti. La giornalista Maria Teresa Cometto, ha intervistato quest’uomo ancora tormentato dai risultati di una guerra definita “pulita”. “Noi piloti siamo seduti dentro le stazioni di controllo remoto, che assomigliano a Roulotte”. L’uomo evidenzia il grande problema di questa tecnologia: “La verità è che non ci sono prove concrete sull’identità di chi ammazziamo. Si lavora in coppia, davanti a una dozzina di computer e di monitor: l’operatore della videocamera montata sul drone con il pilota che manovra il missile. Ore e ore a spiare persone sospette”.

VIDEO: Drone in azione in Iraq

Bryant, spiega che per persone sospette si intendono quelle per le quali la NSA (National Security Agency), e gli algoritmi che analizzano dettagliatamente le telefonate e i messaggi intercettati dalla stessa agenzia, forniscono informazioni sulle loro azioni. A tal proposito Bryant ricorda dell’arrivo di un ordine per l’uccisione di tre uomini. “Facciamo partire il missile. In pochi secondi, due sono polverizzati. Il terzo sopravvive, ma senza una gamba e il sangue corre fuori a fiotti: è caldo, lo vedo bene dall’immagine termica sul pc. Lo fisso impietrito per lunghissimi minuti, fino a quando il corpo è freddo e non si distingue più dalla terra. È morto, Mi assale il dubbio: erano talebani pericolosi o tre pastori armati di fucili per difendersi, come ce ne sono tanti laggiù?”, spiega Bryant.
La straziante confessione dell’ex soldato 29enne si conclude con queste parole: “In quelle missioni non c’è onore, né giustizia. Volevo solo essere un eroe e mi sono sentito un vigliacco”.

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Cabina di pilotaggio di un drone Foto: New York Times

Le attività dei droni sono intense in molte zone di guerra. Continuano a mietere vittime sganciando bombe sopra quelli che vengono identificati come “nemici”. L’Ong Amnesty International ha pubblicato un rapporto chiamato: “Sarò io il prossimo? Gli attacchi statunitensi coi droni in Pakistan”, che contiene prove sulle uccisioni illegali causate nelle aree tribali del Pakistan attraverso i droni, alcuni dei quali possono essere considerati persino crimini di guerra, rivelando l’assenza di trasparenza del programma statunitense.

Fonte: The New York Times

Di Manuel Giannantonio
([email protected])
2 Maggio 2015

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