Yemen, è guerra! Arabia guida l’attacco

Yemen, è guerra! Arabia guida l’attacco

Il presidente Hadi fugge da Aden, presa dai ribelli. Iran appoggia gli Houthi

 Yemen-ribelliADEN – Soffiano venti di guerra sullo Yemen. A mezzanotte è iniziata una operazione militare su vasta scala da parte di una coalizione di Paesi arabi sunniti guidati dall’Arabia Saudita. Oltre a Riad sono intervenuti anche Marocco, Egitto, Emirati, Qatar, Bahrein, Sudan, Kuwait e Giordania che hanno fornito supporto ai raid aerei sullo Yemen, mentre il Pakistan si è detto disponibile ad azioni militari di terra. L’alleanza delle nazioni arabe sunnite ha deciso di incominciare i bombardamenti sugli obiettivi sensibili dopo che anche Aden (la seconda città e il porto principale nel sud del Paese) è caduta in mano ai ribelli Houthi. Proprio ad Aden si era rifugiato il Presidente Hadi Mansour dopo che la capitale Sana’a era stata presa dagli sciiti Houthi negli scorsi mesi. Il Presidente sarebbe riuscito a fuggire via mare (si suppone verso il Gibuti) quando sono iniziati gli attacchi dei ribelli.

Il conflitto rischia di dilagare con la possibilità di un intervento diretto dell’Iran, storico avversario regionale dell’Arabia e con l’intervento degli USA che per ora forniscono colo supporto logistico e di intelligence.

 La caduta di Aden – Dopo aver preso possesso della capitale Sana’a, aver sciolto e aver posto il Presidente Hadi Mansour agli arresti domiciliari (da cui il mese scorso è fuggito per rifugiarsi ad Aden e organizzare la resistenza), i ribelli sciiti Houthi sono arrivati negli ultimi giorni a dilagare nel sud del Paese, prendendo anche Taiz (terza città del Paese) e giungendo fino alle porte di Aden.

La città è la seconda del Paese ed il porto principale dello Yemen, da qui si controlla l’accesso meridionale del Mar Rosso e il Golfo di Aden, a poca distanza dalle coste del Corno d’Africa. Dal porto di Aden, terminale petrolifero dello Yemen, si controlla il 40% del petrolio mediorientale che transita dallo stretto di Bal el Mandeb.
Hadi aveva lanciato un appello agli yemeniti che ancora gli erano fedeli per bloccare l’avanzata dei ribelli (a cui peraltro si sono uniti anche gli uomini dell’ex Presidente Saleh, sciita e “uomo forte” dello Yemen prima di Hadi). Gli Houthi hanno conquistato prima la base di al-Anad, dove fino a pochi giorni fa erano stanziate truppe delle forze speciali americane e poi hanno preso l’aeroporto e attaccato il palazzo presidenziale con raid aerei simili a quelli di qualche settimana fa.

In questo caos era stata anche ventilata la possibilità di un accordo, svelato dal capo della polizia militare di Aden: le truppe lealiste non avrebbero ingaggiato lo scontro con i ribelli in cambio dell’elezione di un presidente sciita ad interim, a cui avrebbe fatto da vice il Ministro della Difesa (sunnita e fedele ad Hadi) Al Subaihi a rappresentare il sud. Ma l’accordo, mai confermato dalle parti, è definitivamente saltato con l’arresto del Ministro nella provincia di Lahj durante l’avanzata degli Houthi, stando a quanto riferito dalla rete tv dei ribelli, Al-Massira, dal portavoce dei ribelli Abdulsalam: “Il Ministro e altri funzionari sono stati trasferiti a Sana’a sotto la custodia della forze armate”.
E allora il Presidente Hadi, dopo aver chiesto aiuto agli stati arabi volenterosi, si è trovato costretto ad una fuga via mare, probabilmente diretto verso il Gibuti (stato africano che si affaccia sul Golfo di Aden di fronte allo Yemen). E adesso su di lui pende una taglia di 100.000 $ stabilita dagli Houthi per chiunque aiuterà nella cattura dell’ormai ex Presidente.

 Riad guida l’attacco agli Houthi – L’Arabia Saudita, che già aveva cominciato ad ammassare truppe al confine con lo Yemen, allo scoccare della mezzanotte ha iniziato la sua offensiva contro gli sciiti Houthi nello Yemen. L’Arabia si sarebbe mossa in anticipo, anticipando i tempi mentre tutto faceva pensare che si sarebbe potuto attendere fino a sabato, quando sarà in programma una riunione della Lega Araba a Sharm el Sheik in Egitto. Secondo la rete al-Arabiya, Riad avrebbe schierato ben 100 aerei da guerra e 150.000 uomini, la più grande operazione militare della sua storia recente.

L’offensiva è stata preceduta da un comunicato congiunto di Arabia, Emirati, Qatar e Bahrein in cui si afferma di voler intervenire per “fermare le milizie Houthi, Al-Qaeda e l’ISIS nello Yemen”. E in precedenza, dopo gli appelli di aiuto inascoltati di Hadi al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Ministro degli esteri saudita Al-Faisal aveva dichiarato che “se non ci sarà una risoluzione pacifica, i Paesi del Golfo prenderanno le misure necessarie per porre fine all’aggressione”.

Intanto i lealisti fedeli a Hadi sono riusciti, dopo duri scontri con le milizie Houthi, a riprendere il controllo dell’aeroporto di Aden, mentre nel nord dello Yemen sono iniziati i raid aerei contro le postazioni sciite e sopra l’aeroporto della capitale Sana’a.
Gli Houthi hanno scelto la via della violenza e i sauditi faranno tutto il possibile per proteggere il popolo yemenita e il suo legittimo governo”, così si è espresso l’ambasciatore di Riad a Washington, al-Jubeir, durante una conferenza stampa.

Partecipazione USA – Da Washington non arriverà un coinvolgimento diretto nella regione, ma Obama ha autorizzato l’invio di aiuti logistici e della partecipazione dell’intelligence americana a supporto di Riad, principale alleato nella regione. Questo rientra nella stretegia della Casa Bianca del “leading from behind” (cioè guidare le operazioni senza un coinvolgimento diretto sul territorio).
Gli interessi USA nella regione sono legati ad un motivo strategico: la lotta ad Al Qaeda e al terrorismo. Con il caos nello Yemen infatti la base di al-Anad è stata chiusa ed evacuata pochi giorni fa, da lì partivano gli attacchi con i droni verso le postazioni di Aqap (la rete locale di Al Qaeda, tra le più pericolose a livello mondiale). E inoltre negli ultimi mesi anche il Califfato si è installato nello Yemen approfittando della situazione critica e ha cominciato a raccogliere fedeli e ad agire, come dimostrano gli attentati alle moschee dei giorni scorsi alle moschee sciite che hanno fatto oltre 140 vittime.
Inoltre gli USA vorrebbero evitare che un Paese così importante dal punto di vista geopolitico (gran parte del petrolio mediorientale passa davanti alle coste dello Yemen) finisca nelle mani degli Houthi, appoggiati dall’Iran sciita e storico grande rivale dell’Arabia sciita (stretta alleata degli USA).

Siria e Iran condannano Riad – Da Teheran intanto il Ministro degli esteri iraniano condanna l’intervento armato saudita: “Complicherà la situazione e ostacolerà la risoluzione con mezzi pacifici”. E poi ha continuato affermando che “l’Iran chiede la cessazione dei raid aerei contro lo Yemen i il suo popolo”.

Dello stesso avviso è anche il governo siriano che tramite l’agenzia di stampa ufficiale, Sana, definisce l’operazione militare araba “una aggressione senza ritegno”. Una dichiarazione che riflette anche i delicati equilibri geopolitici mediorientali: la Siria è un importante alleato regionale dell’Iran ed è in conflitto con il regime saudita e con gli altri Stati coinvolti nelle operazioni in Yemen che appoggiano la ribellione contro il regime di Assad.
E il conflitto potrebbe allargarsi se l’Iran deciderà di intervenire direttamente nello Yemen a supporto degli Houthi per sfidare Riad e ottenere la supremazia regionale e il controllo di una porzione importante della penisola arabica.

Reazioni internazionali: Cina, Russia, UE – Da Mosca arrivano le prime dichiarazioni, con la Russia che si è detta “preoccupata per la situazione nello Yemen” chiedendo alle varie fazioni e ai loro alleati di fermare le operazioni militari.
Anche la Cina si mostra preoccupata e lo fa sapere attraverso la portavoce del Ministro degli esteri, Hua Chunying che ha invitato le parti a “risolvere il conflitto con mezzi politici”.
Anche Federica Mogherini, la Lady PESC della UE, aveva chiesto agli attori della regione di “agire in modo responsabile e non unilaterale”.

E come se non bastasse, il conflitto, che vede coinvolte anche cinque delle sei petrolmonarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia, Qatar, Bahrein, Emirati e Kuwait) con l’esclusione del solo Oman confinante con lo Yemen, ha fatto lievitare il prezzo del petrolio su mercati internazionali, con il greggio che dopo gli attacchi dell’Arabia ha visto impennare la propria quotazione.

Andrea Speziale
26 marzo 2015

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