Abu Bakr al-Faransi, morire a tredici anni per la jihad. L’IS prepara una nuova generazione di fanatici

Abu Bakr al-Faransi, morire a tredici anni per la jihad. L’IS prepara una nuova generazione di fanatici

 IS-Abu Bakr al-FaransiSIRIA — Si chiamava Abu Bakr al-Faransi, aveva tredici anni, ed era un combattente francese dello Stato Islamico.
Proprio combattendo è morto circa due mesi fa, a Homs, mentre difendeva una postazione di frontiera dell’Isis attaccata dall’esercito regolare siriano. A lui ora tocca il triste primato di essere il più giovane combattente francese dell’IS morto in battaglia.

A confermarne la morte sono le parole di David Thomson, giornalista di Radio France International e autore di «Les Français jihadistes»: «Ho avuto la conferma della morte del ragazzino da cinque fonti diverse tra i jihadisti in Siria».
Thomson si occupa da anni del movimento dei terroristi tra Francia e Medio Oriente (le cifre del Ministero dell’interno di Parigi riferiscono di circa trecentocinquanta cittadini francesi, molti dei quali riuniti in una sessantina di famiglie, attualmente in Siria), ed ha verificato la veridicità di questa notizia diffusa dai siti jihadisti che riportano l’immagine di Abu Bakr, felice di imbracciare il fucile mitragliatore, con l’indice dell’altra mano puntato verso il cielo, ad indicare la sua fedeltà ad Allah. Se non fosse per la pistola nella fondina e per il fucile, Abu Bakr sembrerebbe un adolescente come tanti, con le sue scarpe da ginnastica e la maglietta di un noto brand italiano.

Per l’ISIS però ogni età è giusta per morire in nome della jihad, e la vitalità e l’entusiasmo di un tredicenne sono da usare in nome della Guerra Santa: «Un ragazzino bravo, determinato, gli volevo molto bene e sono contento per lui»; il miliziano dello Stato Islamico, un diciannovenne francese che vive a Raqqa, il cuore dell’ISIS in Siria, usa proprio queste parole per commentare la morte di Abu Bakr.
Thomsono spiega che «essere felice per lui» significa per gli jihadisti che «Abu Bakr ha avuto una sorte invidiabile perché è diventato un martire e quindi gode dei privilegi annessi a questo status: ingresso certo in paradiso, possibilità di fare entrare in paradiso altre persone tra i suoi cari. Per queste persone la morte è sempre una buona notizia, anche se riguarda un tredicenne», l’età non conta.

La storia personale di Abu Bakr al-Faransi racconta di un flusso migratorio ormai virale di quanti si spostano dai Paesi occidentali per approdare in Siria. Abu Bakr arrivava da Strasburgo, est della Francia. In Siria era arrivato con tutta la famiglia di origini arabo-musulmane, facendo il viaggio in camper. Una famiglia numerosa, composta dai due genitori, tre sorelle e tre fratelli.
Per la causa della jihad questa famiglia non ha perso solo Abu Bakr; con lui sono morti altri due fratelli, con il terzo, il più giovane, disperso. Proprio quest’ultimo fratello a novembre era stato ripreso mentre, mitra alla mano, rispondeva a delle domande insieme ad un altro bambino originario di Tolosa. Domande fatte da un adulto poi identificato nella persona di Nassim, un trentenne anch’esso originario di Strasburgo, entrato nelle fila dell’ISIS in Siria.

La forza ed il dramma di questa guerra in nome di Allah è proprio la strumentalizzazione a scopi propagandistici di bambini ed adolescenti. Negli ultimi mesi la strategia comuncativa dello Stato Islamico punta su una crescente divulgazione di video nei quali si vedono mini jihadisti in veri e propri campi di addestramento «che imparano le tecniche del corpo a corpo e l’uso delle armi. È un modo per mostrare al mondo che le nuove generazioni sono già pronte al combattimento, che i militanti di oggi potranno pure morire in battaglia perché tanto altri non avranno esitazioni a prendere il loro posto», spiega Thomson.

 ISIS-bambini soldatoLa cruda realtà è proprio questa, l’indottrinamento al fine di creare «nuovi combattenti» al grido di «Allah u Akbar». Per l’IS sarà proprio questa nuova generazione a «scuotere la Terra»; a loro viene insegnato che «non c’è altro potere che quello di Allah», contemporaneamente addestrati all’uso dei Kalashnikov e all’insegnamento dell’arabo e dei precetti islamici; unico vero leader è Abu Bakr al Baghdadi, unica vera missione quella di sgozzare i kafiri (infedeli, ndr): «Vi uccideremo infedeli, inshallah (se Dio vuole) vi sgozzeremo».

Laurent Chapuis, consigliere regionale dell’Unicef per Medio Oriente e Nord Africa, ha dichiarato: «Le novità dell’Isis sono la sistematicità e l’accurata formazione all’Islam più estremista. I bambini di dieci/dodici anni sono utilizzati in molti ruoli: combattenti, messaggeri, spie, guardie, ma anche per cucinare, per pulire e per curare i feriti».
Molte volte il reclutamento avviene per strada, ad opera di alri ragazzini «impegnati ai posti di blocco con la loro divisa nera e sul braccio sinistro il logo della polizia islamica. I loro compiti principali sono di reclutare altri bambini, verificare che le donne siano coperte e gli uomini con la barba», racconta un padre che ha rischiato di perder il figlio proprio così: «Un giorno è arrivato a casa felice perché aveva trovato un lavoro. Stava per arruolarsi nell’ISIS, gli avevano promesso una pistola e uno stipendio. All’inizio abbiamo pensato a un gioco, poi abbiamo capito che diceva sul serio».

Non è un gioco, per lo Stato Islamico l’istruzione serve a questo: creare una nuova generazione di fanatici, una nuova «generazione di leoni, pronti a morire, protettori della religione». A qualunque costo e a qualunque età, perché il fondamentalismo insegna che non si è mai troppo giovani per morire in nome di Allah.

Paola Mattavelli
12 marzo 2015

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