STATI UNITI: l’inchiesta federale della polizia evoca il razzismo ordinario della polizia

STATI UNITI: l’inchiesta federale della polizia evoca il razzismo ordinario della polizia
Ferguson - Alcuni manifestanti protestano contro la polizia il 19 gennaio 2015 (MICHAEL B. THOMAS )

La morte di Michael Brown risalente allo scorso agosto suscitò inevitabilmente le reazioni della comunità afroamericana e gli scontri conseguenti a Ferguson nello Stato del Missouri. Oggi, l’inchiesta federale considera il razzismo della polizia nell’occhio delle critiche

Ferguson - Alcuni manifestanti protestano contro la polizia il 19 gennaio 2015 (MICHAEL B. THOMAS )
Ferguson – Alcuni manifestanti protestano contro la polizia il 19 gennaio 2015 (MICHAEL B. THOMAS )

FERGUSON – L’inchiesta del ministero della Giustizia americana, aperta dopo la morte di un giovane ragazzo afroamericano ucciso da un poliziotto nella periferia di Ferguson in Missouri, punta il dito contro il razzismo ordinario proliferato dalla polizia locale, in special modo nei confronti della comunità nera, come riportato dai media americani il 3 marzo.

Il rapporto, che sarà pubblicato in via ufficiale mercoledì, rivela come la polizia si sia resa responsabile delle regolari violazioni del diritto costituzionale dei cittadini. Il ministero aprì un’inchiesta distinta da quella locale, evocando i diritti civili, dopo la morte di Michael Brown e gli scontri che l’hanno succeduta. Darren Wilson, poliziotto americano, dalla pelle bianca, uccise quel giovane ragazzo disarmato e inoffensivo. Un grand giuri decise il 24 novembre di non incolpare l’uomo che avrebbe agito rispettando le norme della polizia poiché si sarebbe difeso da un’aggressione potenzialmente pericolosa. Il ragazzo era stato autore di un furto di sigarette ed era completamente disarmato con le mani in alto, come riportato da molti testimoni oculari.

Questo verdetto non è stato accettato dalla comunità nera indignata per l‘iniquità di un sistema giudiziario sempre fedele a se stesso. In molti hanno parlato di una “discriminazione di routine” rievocando il problema del razzismo mai dimenticato, nascosto sotto il tappeto come la polvere e mai sparito dagli Stati Uniti nonostante l’elezione di un presidente, il 44° della storia del paese, con origine keniane. In un attimo l’America vede riemergere il caso Rodney King, brutalmente pestato dalle forze dall’ordine, il tutto rigorosamente ripreso da una telecamera di sorveglianza, di Rosa Parks, “la passionaria dell’autobus” che nel 1955 tornando a casa in autobus dal lavoro non trovando altri posti liberi, occupa il primo posto dietro alla fila riservata ai soli bianchi. Dopo tre fermate, l’autista le chiede di alzarsi lei si rifiuta, viene arrestata e incarcerata per aver violato le norme cittadine che obbligano i neri a cedere il proprio posto ai bianchi nel settore comune. Questi sono solo alcuni momenti della storia degli afroamericani in America. Le lotte di Malcolm X, di Martin Luther King Jr., il caso del pugile Carter sono solo ricordi di un passato non troppo lontano che testimonia la lotta per la conquista dei diritti civili di una comunità bersagliata dal razzismo di fondo e dal principio di disuguaglianza di una società, quella a stelle e strisce, talvolta ipocrita nello sbandierare al mondo con orgoglio il meltin pot.

Il rapporto di Ferguson, ma anche la giustizia cittadina, hanno dato il via ad una lotta contro la “discriminazione ordinaria” nei confronti della popolazione afroamericana locale, come indicato dall’autorevole The Washington Post e dalla CNN. Così dal 2012 al 2014, i neri rappresentavano il 67% della popolazione locale, l’85% dei conducenti delle autovetture fermate dalla polizia, il 90% delle persone convocate in tribunale e il 93% delle persone arrestate.

Di Manuel Giannantonio
([email protected])
4 Febbraio 2015

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