Copenaghen, due morti e cinque feriti in due sparatorie. Ucciso il responsabile

Copenaghen, due morti e cinque feriti in due sparatorie. Ucciso il responsabile

 Copenaghen terrorismoCOPENAGHEN — La Polizia di Copenaghen ha divulgato la notizia dell’uccisione dell’uomo ritenuto responsabile delle due sparatorie avvenute nella giornata di ieri, prima ad un caffè-centro culturale, il Krudttøenden che ospitava un convegno incentrato su Arte, blasfemia e libertà di espressione in memoria della strage alla redazione di «Charlie Hebdo», e successivamente ad una sinagoga, nelle quali sono morte due persone e rimasti feriti cinque agenti.

 Attentatore CopenaghenIl presunto attentatore era riuscito a scappare in entrambi i casi, fuggendo a bordo di una macchina. È stata necessaria una mobilitazione notturna per le vie cittadine, con elicotteri e mezzi blindati, per individuare e fermare il presunto killer, del quale erano state diffuse immagini che lo ritraevano con un giaccone scuro, un passamontagna granata ed una borsa nera.
L’individuazione del sospettato è avvenuta nei pressi di una stazione a Norrebro e la sua uccisione è stata conseguente alla dinamica del momento; l’uomo infatti aveva iniziato uno scontro a fuoco con gli agenti nonostante i loro ripetuti avvertimenti.

La Polizia ritiene che l’uomo abbia sempre agito da solo, sia nella prima sparatoria dove il locale è stato crivellato da una serie di colpi a ripetizione, che nella seconda dove a morire è stato Dan Uzan, guardiano della sinagoga, colpito alla testa mentre l’attentatore tentava di accedere al luogo di culto. Uzan aveva trentasette anni, padre israeliano e madre danese, ed in quel momento stazionava davanti all’ingresso mentre all’interno erano riunite circa ottanta persone per celebrare il bar mitzvah. Dan Rosenberg Asmussen, a capo della locale comunità ebraica, è addolorato e senza parole per la morte di un uomo conosciuto da tutti, che per vent’anni ha lavorato in città presso le sinagoghe e altri istituti ebraici: «Non voglio nemmeno pensare a cosa sarebbe successo nel caso in cui l’asssassino fosse riuscito ad entrare all’interno».

«La Danimarca è stata colpita oggi da un cinico atto di violenza e tutto suggerisce che la sparatoria sia stata un attacco politico e quindi un atto terroristico», ha da subito affermato Helle Thorning-Schmidt, Primo Ministro danese. Il tema dell’incontro e la presenza di Lars Vilks, vignettista svedese minacciato di morte e sotto protezione a causa delle reazioni suscitate in passato con la pubblicazione di una sua vignetta che ritraeva il profeta Maometto con le fattezze di un cane, e di François Zimeray, ambasciatore francese intervenuto come portavoce del suo Paese teatro dell’attentato del 7 gennaio scorso, hanno da subito fatto circolare l’ipotesi che l’attacco fosse di matrice jihadista.

Al termine della sparatoria lo stesso Zimeray aveva rassicurato tutti con un suo tweet: «Still alive in the room», spiegando poi: «D’istinto direi che ci sono stati almeno 50 colpi di arma da fuoco e la polizia qui sta dicendo duecento, i proiettili sono entrati attraverso gli ingressi e ci siamo tutti gettati a terra».

Chi era presenta racconta quei momenti concitati, fatti di grida, colpi di armi automatiche, ordini urlati di evacuare subito la stanza; una situazione surreale, da film, ma purtroppo ennesima realtà nata presumibilmente da estremismo, fondamentalismo e fanatismo.

Immediata la solidarietà arrivata per prima dalla Francia, con il Presidente Hollande a definire l’accaduto come un «atto riprovevole».
Anche il Premier Renzi ha espresso «la totale solidarietà dell’Italia e del Governo» di fronte alla minaccia della violenza e dell’odio.
Federica Mogherini, Alto Rappresentante della UE, ribadisce la necessità di un’Europa forte che «non sarà intimidita» perché «una vita persa è una di troppo», con le parole di Cameron, Premier britannico, a sottolineare che «la libertà di parola deve essere sempre protetta».

Paola Mattavelli
15 febbraio 2015

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