Il re di Giordania dichiara: «Morte a DAESH»

Il re di Giordania dichiara: «Morte a DAESH»

 Rania-Abd'Allah IIAMMAN — Ci sono momenti storici che segnano una svolta. Forse la sadica e disumana uccisione di Mu’adh al-Kasasibah, il pilota giordano ingabbiato ed arso vivo, rappresenta il punto di non ritorno.
Un viaggio in America interrotto dal re Abd Allah II, con una promessa che ha il gusto della vendetta: «Abbiamo un solo problema, finire il carburante e i proiettili».

Il re giordano si sta muovendo come se questa guerra ormai fosse un fatto personale e privato; la visita fatta ai genitori del pilota, considerato martire ed eroe nazionale, è un segnale di quanto quel sangue non sia stato versato invano e di quanto per re Abd Allah II il suo Paese sia una cosa legata indissolubilmente con la sua persona.

Il sovrano degli Hashemiti, anche lui pilota, si mostra in uniforme da combattimento e promette «di far tremare il suolo dell’ISIS» perché, come dichiarato da Duncan Hunter Jr., veterano dei Marines e primo deputato eletto dopo esser stato in Iraq e Afghanistan a combattere, è «furioso, pronto a muovere guerra, mi ha ricordato come ci sentivamo noi dopo l’11 settembre».

Nasser Judeh, Ministro degli Esteri della Giordania, ha affermato che l’attacco aereo in Siria dei giorni scorsi è solo «l’inizio della nostra ritorsione in risposta all’orribile e brutale uccisione del nostro giovane e coraggioso pilota; il Paese sta alzando la posta in gioco, inseguendo i militanti con qualsiasi mezzo abbiamo. Ogni membro dell’ISIS è un nostro obiettivo, daremo loro la caccia e li sradicheremo. Siamo in prima linea, questa è la nostra battaglia». I fattori da prendere in considerazione sono molti: operazioni militari in corso, sicurezza nella regione garantita, obiettivi a lungo termine e lotta all’ideologia estremista.

Si chiama «Operazione martire Mu’adh» la rappresaglia della JAF, l’aviazione giordana, che vuole far pagare all’ISIS «per ogni capello di Mu’adh». I Jet giordani sferrano l’attacco con messaggi di morte scritti a mano sulle bombe: «Mostreremo loro l’inferno». L’incursione ha mobilitato una decina di caccia, colpendo depositi e campi di addestramento dislocati sul territorio siriano intorno a Raqqa, grazie anche al supporto dell’aviazione statunitense; quest’ultima avrebbe avuto un ruolo fondamentale nelle informazioni di intelligence, effettuando sopralluoghi di supporto e ricognizione relativi alla scelta dei bersagli, nonché azioni di sorveglianza. Non sono esclusi attacchi via terra, unico obiettivo l’annientamento dello Stato Islamico.

Il sovrano giordano si era recato a Washington al fine di firmare un nuovo accordo di cooperazione militare con gli USA che, in questa occasione, avrebbero garantito il massimo appoggio nella guerra contro l’ISIS.
L’esercito della Giordania ha all’attivo ottantottomila uomini, mentre l’aviazione ne conta dodicimila, con centodue aerei da combattimento (F16, Mirage, caccia leggeri Northrop F5 ed elicotteri Cobra). Per il momento sarebbero oltre centomila le unità attive, con un potenziale di ben sessantacinquemila unità di riserva.

Ma la guerra si combatte non solo militarmente; ogni atto, ogni presa di posizione tangibile è un tassello in più e la foto della regina Rania di Giordania che abbraccia la vedova del pilota martirizzato dall’IS è un messaggio forte e chiaro, già espresso con parole in un summit ad Abu Dhabi dello scorso novembre: «Una minoranza di estremisti senza religione sta usando i social media per riscrivere la nostra storia, snaturare la nostra identità, ri-etichettandoci. Noi, maggioranza moderata, siamo comunque da biasimare. Si dice che una storia è narrata dai silenzi, tanto quanto dalle parole. Bene, il nostro silenzio parla molto forte. Siamo complici del loro successo ».
La Giordania è unita in un unico slogan: «Morte a DAESH»; stesso slogan urlato nella manifestazione avvenuta ad Amman, dove migliaia di persone hanno espresso la loro rabbia contro lo Stato Islamico, marciando con cartelli raffiguranti Mu’adh; la stessa regina Rania in quell’occasione disse: «Mu’adh è morto a testa alta per il suo Paese e per la sua fede, difendendo la nostra umanità comune. Siamo uniti nel dolore e nell’orgoglio per il nostro coraggioso martire».

Paola Mattavelli
7 febbraio 2015

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