L’idropolitica che sommerge Hasankeyf: il Gap e i suoi effetti

L’idropolitica che sommerge Hasankeyf: il Gap e i suoi effetti

City-of-Hasankeyf-Turkey-631.jpg__800x600_q85_cropQuando si parla di Gap (Grande Progetto Anatolico), concepito negli anni Settanta in collaborazione con il Dsi (Lavori idraulici di Stato), ci si riferisce a un progetto storico, economico, sociale e politico…idropolitico. Storico perché guarda indietro, ai primi anni del Novecento, al fondatore della Repubblica turca, Mustafa Kemal Ataturk, che aveva grandi progetti per la sua patria, progetti di crescita e prosperità.

Economico perché con le sue 22 dighe e 19 centrali idroelettriche mira a rendere rigogliosa una regione arida e povera.
Sociale perché il governo turco vuole puntare al “miglioramento dello standard di vita e del livello di reddito della popolazione, in modo da eliminare le disparità nello sviluppo regionale […] incrementando la produttività e le opportunità di lavoro nel settore rurale”.
Idropolitico perché, sviluppando il settore energetico e agroalimentare e sfruttando a pieno le risorse idriche, la Turchia vuole rendere il Medio Oriente un importante centro di scambio svincolandolo dagli aiuti internazionali. Obiettivi importanti e lodevoli, se non si guardassero le implicazioni tacite e taciute.
In effetti nel breve termine i vari siti di costruzione creerebbero numerosi posti di lavoro: architetti, ingegneri, operai edili, elettricisti forse e, non so, magari anche qualche addetto alla bassa manovalanza sarebbero assunti. Nessun impiego, comunque, adatto ad agricoltori che non sono mai usciti dal proprio villaggio.

Sì, il lavoro rurale ci sarà, ma fra quanti anni nessuno può dirlo. Per ora rimane un sito di costruzione in cui la materia prima è il cemento.
Hasankeyf è una città che vive, o sopravvive, lungo il Tigri, nella provincia di Batman. Sopravvive a stento ormai, perché la valle in cui sorge diventerà un lago artificiale una volta conclusi i lavori di costruzione della diga Ilisu.

Il completamento di questa diga e relativa centrale idroelettrica porteranno i sopracitati vantaggi, sulla carta. Al tempo stesso, però, un intero sito archeologico verrà sommerso da 30 metri d’acqua. Gli abitanti che non sono ancora andati via, saranno costretti a evacuare per trasferirsi in lussuosi appartamenti, che non potranno pagare, costruiti apposta per loro.

Il fulcro di questa mastodontica e devastante opera non poteva essere altro che il potere politico. La Turchia punta alla completa autonomia, ma la deviazione di fiumi come il Tigri e l’Eufrate, che interessano anche Siria e Iraq, li costringerebbe a rifocillarsi da Ankara in seguito alla perdita di approvvigionamento idrico.
E in tutto questo la questione curda gioca un ruolo fondamentale. Storicamente Damasco sostiene il movimento curdo fin dal 1979, quando accetta di ospitare un distaccamento del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan). Nel 1998 avviene la magia: l’accordo di Adana viene firmato, e la Turchia si impegna ad aumentare l’afflusso idrico alla Siria in cambio dell’interruzione del suo sostegno al movimento curdo. In sostanza: “se fai quello che voglio io, ti do l’acqua per vivere e produrre”.

Grandi valori vengono, però, persi. Concetti come “acqua-bene comune”, o politica intesa come disciplina che regola il vivere insieme in un contesto di reciproco rispetto ecc., vengono ribaltati in favore di una privatizzazione delle risorse e di un assolitismo politico nel governarle.
Non c’è potere più grande.

Federica Colantoni
13 Gennaio 2015

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