7 gennaio, lo chiamano l’11 settembre europeo. Ma di quale Europa?

7 gennaio, lo chiamano l’11 settembre europeo. Ma di quale Europa?

 not-afraidCi sono momenti che rimangono indelebili nella memoria, una memoria non solo personale ma collettiva. Un passaggio nella Storia che origina una linea di demarcazione tra un «prima» e un «dopo». Come già accaduto per altre date, anche la data di ieri 11 gennaio con il corteo infinito a Parigi e prima ancora quella del 7 gennaio, con i dodici morti di «Charlie Hebdo» (diciassette con quanti sono morti anche nei giorni seguenti), hanno creato questo solco, un passaggio che si percepisce come un cambiamento, niente sarà come prima. Come per l’11 settembre, diventata simbolo di un rialzare la testa e di un nuovo senso di appartenenza dopo essere stati colpiti al cuore, non solo per gli Stati Uniti d’America ma di riflesso per ogni persona che si è sentita coinvolta e stravolta da ciò che le immagini trasmettevano con il loro carico di significato oltre che emotivo, anche le immagini di ieri partite da «Je suis Charlie» hanno invaso gli occhi con un numero interminabile di persone ferite da questo attacco terroristico, con i Capi di Stato e di Governo a sfilare compatti, superando per un giorno quella divisione esistente nella realtà; la Prefettura parla di due milioni di presenze solo a Parigi.

Per un momento ci siamo immedesimati, diventando non solo un po’ tutti «Charlie», ma anche parigini, europei, abitanti del mondo. Ma ci siamo sentiti anche più Uomini? Questa compattezza, significativa come presenza, aprirà la porta ad una compattezza d’intenti? D’ora in avanti si rimarrà con il fiato sospeso in attesa del prossimo attacco terroristico, mettendo in atto il senso d’appartenenza all’Italia, all’Europa e al mondo intero solo quando il contraccolpo emotivo ci sorprenderà di nuovo? Questa fantomatica Europa che sembrava esistere solo per poter viaggiare senza frontiere, con quella moneta unica comoda da spendere ma tuttora così contestata. Chi è al potere, comandando e regolando i giochi, economici in primis, oggi saprà prendersi ancora a braccetto?

In queste ore piuttosto che essere una possibilità di apertura sembra quasi che si parli più di chiusura, con i primi dubbi che lo jihadismo europeo fa avere sul Trattato di Schengen. Ma quanti si sono mai chiesti cosa volesse dire essere cittadino europeo? Quanti hanno mai pensato veramente che l’essere europeo riguardasse la propria vita? Che non fosse solo un limite ed un parlamento in più da mantenere? La libertà per la quale si marcia, qualsiasi forma di libertà, passa anche da una Europa differente? O rimarrà solo una reazione, una manifestazione contro un «nemico» comune? E poi, qual è il volto di questo nemico? Lo stesso Al Zawary, capo di Al Qaeda, ha più volte affermato che non tutti i musulmani sono terroristi ma quasi tutti i terroristi sono musulmani. È una differenza sostanziale, utile per non sconfinare nell’estremismo opposto. Ce lo ricorda Tareq Oubreau, il Rettore della Grande Moschea di Bordeaux, che ha chiesto alla comunità musulmana di manifestare in massa per condannare ogni azione terroristica ed ogni estremismo, senza ombra di dubbio: «All’inizio ero colpito e non pensavo alla necessità di una mobilitazione. Ma poi mi sono ricreduto. Dobbiamo dimostrare la nostra estraneità a questi criminali che hanno confiscato e strumentalizzato l’Islam. Questo atto può dividere la società francese e rallentare l’assimilazione e integrazione dei musulmani nella società francese».

«Not afraid» si legge sui cartelli, ma come è possibile una libertà di pensiero ed espressione, una convivenza pacifica di ogni cultura e religione partendo proprio da una paura? Ciò che è successo a Parigi è un fatto storico che segna il passo a qualcosa di nuovo o solo una velata ipocrisia che manterrà i rapporti inalterati? Rimarrà un «oggi, niente di nuovo» come scrisse Luigi XVI di Francia la sera del 14 luglio 1789, giorno storico per la Rivoluzione Francese, o sarà un «per sempre» dal quale ripensare l’Europa, e non solo? Lewis Carroll faceva dire al Bianconiglio, in risposta alla domanda di Alice nel Paese delle Meraviglie che chiedeva: «Per quanto tempo è per sempre?», «a volte, solo un secondo». E la Storia insegna che ci sono attimi che cambiano il corso degli eventi, che diventano un non ritorno, facendo germogliare ciò che non sono bastati anni a fare.

Paola Mattavelli
12 gennaio 2015

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