Intervista con Gianni Rufini, direttore di Amnesty International

Intervista con Gianni Rufini, direttore di Amnesty International

gianni_rufini_02L’ONG Amnesty international è stata insignita del premio Nobel per la pace nel 1977 ed ha ottenuto il premio delle Nazioni Unite per i diritti umani nel 1978, è un movimento internazionale indipendente da qualsiasi governo, parte politica, interesse economico e credo religioso. Lo scopo principale è quello di difendere i diritti umani. Si batte per la liberazione e l’assistenza di uomini e donne detenuti per le proprie opinioni, il colore della pelle, il sesso, l’origine etnica, la lingua o la religione a condizione che non abbiano usato o non abbiamo promosso l’uso della violenza. Si oppone alle sparizioni, alle esecuzioni extra-giudiziali, alla pena di morte, alla tortura, e ad ogni trattamento crudele, inumano o degradante ed ha come riferimento la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e le norme del Diritto Internazionale in materia di diritti umani.
Il nuovo direttore generale dell’organizzazione dallo scorso gennaio 2014 è Gianni Rufini. Nato a Roma, è sposato con due figli. Dal 1985 ha lavorato come esperto di diritti umani e contribuito con aiuti umanitari in Africa, Medio Oriente, Asia, Balcani e America Latina.

Dal 1997 al 2001 è stato direttore del coordinamento europeo dell’Ong umanitarie “VOICE”, con sede a Bruxelles. Ha lavorato per numerose Ong italiane e straniere, per diverse agenzie dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali.

Dal 1996 è Senior Associate della Post-war Reconstruction and Development Unit dell’Università di York. È stato anche direttore di ricerca per il CeSPI e coordinatore di corsi presso l’ISPI a Milano. Docente in numerose università del Bel Paese ma anche internazionali è autore di varie pubblicazioni.
Intervistando il direttore, tentiamo di capire anche attraverso l’incredibile esperienza, gli aspetti più significativi dell’organizzazione.

Direttore, quali sono gli obiettivi di Amnesty International?

“Amnesty lavora perché a tutti gli esseri umani siano garantiti i diritti iscritti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Lo fa educando, difendendo le persone colpite da ingiustizie, sostenendo i cambiamenti legislativi e politici necessari per farli avanzare, denunciando le violazioni e investigando gli abusi. Dalle carceri alle guerre, dai migranti alle minoranze, alle persone vulnerabili ai prigionieri d’opinione. Combatte contro la tortura, la pena di morte e l’uso della violenza da parte degli stati”.

Amnesty International si distingue per gli impegni in favore dei diritti umani. Da quando l’Associazione esiste ci sono stati cambiamenti rilevanti nelle nazioni considerate più violente e crudeli?

“Ci sono state dinamiche strane. Innanzitutto, ci sono stati dei progressi notevoli nell’espandersi di sistemi politici democratici che, in misura variabile, assicurano il rispetto di gran parte dei diritti civili. Certo, un paese come la Cina rimane un’eccezione grave, e persistono delle situazioni di regimi dittatoriali sanguinari soprattutto in Africa e in Asia. Per non parlare dei tanti “stati fragili”, sull’orlo del collasso o addirittura collassati da decenni, come la Somalia. Ci sono in corso genocidi, guerre civili, conflitti etnici e religiosi. In questo senso, molte emergenze complesse riproducono gli stessi schemi di violenza di quelle degli anni Novanta”.

In base alla sua personale esperienza, come spiega la nascita della violenza di uomini verso altri uomini?

“Io non credo che la violenza sia innata, l’espressione di un’aggressività che abbiamo nei cromosomi. La specie umana si è evoluta perché ha saputo coesistere e cooperare. Penso che sia piuttosto il frutto avvelenato di secoli d’ingiustizia, e dell’incapacità delle società umane di assicurare a tutti una vita dignitosa. Le persone combattono per l’identità, per le risorse, per lo spazio vitale, per la sopravvivenza, per disperazione, perché non sanno cosa altro fare per uscire da condizioni di vita disumane. Se tutti godessero degli stessi diritti e delle stesse possibilità, se esistesse un ragionevole equilibrio tra i gruppi umani, se si dessero risposte ai bisogni fondamentali delle persone, la violenza sarebbe relegata alle sue sole forme patologiche”.

I recenti numerosi fenomeni di razzismo italiani, evidenti quanto preoccupanti, sono il frutto di una condizione problematica anche sociologica. Avete mai ideato eventi con funzione preventiva per stimolare una maggiore tolleranza?

“Noi agiamo in due modi: da una parte lavoriamo di educazione, fin dalle scuole. Con un programma intenso di attività per tutti i livelli scolastici, per l’integrazione culturale, etnica e di genere. Poi monitoriamo i fenomeni che si verificano nella società, ne cogliamo i segnali e interveniamo precocemente sia con la sensibilizzazione, il dialogo e l’informazione, sia facendo pressione sulle istituzioni e i pubblici poteri”.

Esiste una classifica dei Paesi più illiberali?

amnesty-international“Qualcuno la fa, una classifica del genere, noi no. Francamente è difficile attribuire un valore numerico a cose come i diritti, e stabilire se uno stupro sia più o meno grave di una tortura. Purtroppo, ci sono ancora decine di paesi che reprimono in tanti modi i diritti dei cittadini, che usano o consentono la violenza, che praticano la tortura, la privazione della libertà per reati d’opinione, la pena di morte, la discriminazione etnica o religiosa.
E anche gli stati più liberali nascondono sacche d’abuso gravissime, spesso praticano politiche discriminatorie nei confronti di migranti, Rom, persone LGBTI. E la violenza contro le donne è diffusa dovunque”.

Quali sono le caratteristiche che deve avere un “attivista” di Amnesty International? E cosa li spinge ad agire?

“Le motivazioni hanno spesso a che fare con il vissuto di ciascuno, e possono essere molto diverse. Quello che tutti abbiamo in comune, credo, è un senso d’indignazione verso l’ingiustizia e un forte spirito di fratellanza nei confronti di tutti gli esseri umani. La consapevolezza che solo dal bene di tutti può venire il bene di ciascuno. Quanto alle caratteristiche, siamo molto diversi e ognuno mette a disposizione le sue competenze, capacità e relazioni. Fare l’attivista è un lavoro che spesso richiede molto impegno e molta dedizione, ma può anche essere parte del tuo quotidiano: parlare con i colleghi di lavoro, essere attivi nella scuola dei propri figli, partecipare alla vita della propria comunità, farsi promotori d’iniziative sul territorio, raccogliere fondi”.

Tutti i popoli in momenti storici diversi tra loro hanno perpetrato atrocità. Secondo lei è vera questa affermazione?

“Penso sia quasi vero ma non vorrei aprire una profonda analisi antropologica…”

Può parlarci di un caso che le è rimasto particolarmente a cuore?

“Ho fatto quasi trent’anni di aiuto umanitario, ho visto persone violate nel modo più orrendo, ho sofferto di frustrazione, di odio, di senso di colpa, di speranza e di pietà. Per fortuna ci sono anche tanti momenti felici, ma quelli dolorosi sono come unghiate nell’anima, e temo che me le porterò addosso tutta la vita”.

Quali sono i suoi desideri per il futuro?

“Lasciare ai miei figli un mondo molto migliore di quello in cui stiamo vivendo”.

L’esperienza di un uomo del calibro di Gianni Rufini è indispensabile, da questi spaccati di vita si deve attingere per il miglioramento collettivo. In fondo è proprio dai piccoli gesti che possono nascere grandi traguardi. Il lavoro condotto da questa Ong è straordinario e ci auguriamo possa davvero migliorare nel perseguimento dei propri obiettivi.

Per chiunque fosse interessato a prendere parte al progetto o conoscere meglio questa realtà, trovate tutte le informazioni sul sito di Amnesty al seguente link: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/6774 .

Di Manuel Giannantonio
([email protected])
10 Dicembre 2014

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