Orrore in Pakistan: arsi vivi due giovani cristiani

Orrore in Pakistan: arsi vivi due giovani cristiani

AFP3476245_ArticoloPAKISTAN — Pakistan ancora teatro dell’orrore. Un abominio difficile persino da immaginare ciò che è successo ad una giovane coppia di cristiani, Shahzad e Shama, ventisei e ventiquattro anni rispettivamente, gettati vivi in una fornace da una massa inferocita di musulmani accorsi da cinque villaggi nella provincia del Punjab. L’accusa è di blasfemia, un’esecuzione extragiudiziale in uno stato dove la legge sulla blasfemia, in vigore dal 1986, è spesso utilizzata come strumento per risolvere questioni personali; l’85% dei casi è a danno di innocenti, con i tribunali ad emettere verdetti i cui crimini non sono poi mai provati dalle alte corti. Queste le parole di Asia Bibi, la madre di cinque figli accusata ingiustamente di blasfemia che sta perdendo anche la speranza di venir graziata dopo che l’Alta Corte di Lahore il 16 ottobre ha purtroppo confermato la sua pena capitale: «Una legge che è in sé una bestemmia, visto che semina morte e oppressione in nome di Dio», lei che in nome di Dio ha già perdonato chi l’ha accusata di blasfemia.

La cruda realtà dei fatti avvenuti nel villaggio «Chak 59», vicino a Kot Radha Kishan, una cittadina a sud di Lahore, è stata comunicata all’Agenzia Fides da Sardar Mushtaq Gill, avvocato cristiano difensore dei diritti umani delle minoranze in Pakistan, avvisato del duplice omicidio da altri cristiani. Alla base della disumana vicenda ci sarebbe un piccolo rogo acceso da Shama. Un avvenimento di per sé banale, una donna, madre di tre figli in attesa del quarto, che si reca presso l’abitazione del padre del marito, morto di recente, per pulire e mettere ordine. Prende alcuni oggetti personali, tra questi carte e fogli ormai inutili, per bruciarli. Un piccolo falò, al quale assiste un uomo musulmano che intravede tra le fiamme alcune pagine del Corano. Forse non erano nemmeno del Corano, forse erano solo pagine scritte in arabo. Subito la notizia si diffonde nelle moschee dei villaggi circostanti, causando la mobilitazione di una folla impazzita. Centinaia di persone che in preda alla rabbia sequestrano i due ragazzi all’interno della fabbrica di argilla dove entrambi lavorano, tenendoli in ostaggio per due giorni, pestandoli a sangue prima di spingerli con forza nella fornace a cuocere come mattoni . La polizia, avvisata da altri cristiani, dopo aver constatato la barbara uccisione, ha arrestato quarantaquattro persone per un primo interrogatorio; altre quattrocentosessanta sono state denunciate per aver partecipato al linciaggio. Ordine di arresto atteso anche per il musulmano Yousaf Gujjar, proprietario della fabbrica, che ha partecipato attivamente al sequestro, al pestaggio e all’omicidio. È opinione del cugino di Shahzad che sia stato proprio il proprietario a diffondere l’accusa di blasfemia in conseguenza di una discussione avuta nei giorni precedenti con i due ragazzi per pagamenti arretrati. Questa è la conseguenza appunto della famigerata «legge nera» che ha creato nel Paese, negli ultimi trent’anni, una psicosi collettiva: basta l’accusa di un testimone oculare, a volte nemmeno certo, per un’esecuzione extragiudiziale in difesa dell’Islam. Con la morte di Shahzad Masih e di sua moglie Shama Bibi sono almeno sessanta gli omicidi di persone bollate come blasfeme perpetrati in nome di Allah dal 1990 ad oggi. E forse sono da ritenersi «fortunati» i presunti blasfemi che come Asia Bibi aspettano la propria condanna a morte dietro le sbarre di un carcere. Molte volte giovani cristiani, parte di una minoranza generalmente molto povera e delle caste più basse che copre il 3% della popolazione, costretti come i due ragazzi uccisi a lavori subalterni, con orari massacranti e salari di sopravvivenza, operai nelle innumerevoli fabbriche di mattoni della provincia.

Mentre Shahbaz Sharif, Primo Ministro della provincia del Punjab, ha rafforzato le misure di sicurezza a protezione dei quartieri cristiani in varie città, assegnando ad una speciale commissione l’incarico per una indagine veloce sull’accaduto, molti in Pakistan sono scettici, temendo l’ennesimo caso di impunità. Timore condiviso dall’avvocato Sardar Mushtaq Gill: «È una vera tragedia, un atto barbarico e disumano. Il mondo intero deve condannare fermamente questo episodio che dimostra come sia aumentata in Pakistan l’insicurezza tra i cristiani. Basta un’accusa per essere vittime di esecuzioni extragiudiziali. Vedremo se qualcuno sarà punito per questo omicidio».

In seguito all’accaduto Amnesty International ha diffuso una nota per chiedere alle autorità pakistane di assicurare alla giustizia i responsabili dell’uccisione della coppia cristiana accusata di blasfemia perché «le leggi sulla blasfemia violano le norme del diritto internazionale e dei diritti umani e devono essere riformate con urgenza, provvedendo a una efficace salvaguardia contro il loro abuso, fino a una eventuale abrogazione. La mancata coerenza del governo nell’affrontare la violenza compiuta in nome della religione invia a chiunque il messaggio che si possono commettere abusi scandalosi, giustificandoli come difesa dei sentimenti religiosi». Per David Griffiths, vicedirettore dell’area Asia-Pacifico- di Amnesty International, «questa uccisione è solo l’ultima manifestazione della violenza che chiunque può subire in Pakistan dopo un’accusa di blasfemia, anche se le minoranze religiose sono sproporzionatamente vulnerabili. I responsabili devono essere condotti davanti alla giustizia e le autorità pakistane devono garantire protezione necessaria a tutte le comunità. Questo tipo di violenza è alimentata dalle repressive leggi sulla blasfemia in Pakistan, che si aggiungono al clima di paura per le minoranze religiose. Una semplice accusa di blasfemia è spesso sufficiente a mettere una persona o un’intera comunità in pericolo. In questo caso, la folla sembra aver agito da giudice, giuria e boia».

Quello che segue è tratto da una testimonianza di Shahbaz Bhatti, ministro pakistano per le Minoranze religiose ucciso da un commando di fondamentalisti islamici perché cercava di modificare la legge sulla blasfemia: «Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia. (…) Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani de Pakistan mi sconvolsero. (…) Mi sono state proposte alte cariche al Governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: No, io voglio servire Gesù da uomo comune. (…) Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri. Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione. (…) I passi che più amo della Bibbia recitano: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Così, quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro. (…) Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna».

di Paola Mattavelli

6 novembre 2014

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