Cina: la polizia uccide un altro tibetano

Un altro manifestante tibetano è stato ucciso dalla polizia cinese nell’ovest della provincia di Sichuan avvolta dalla violenza, secondo quanto riportato ufficialmente venerdì da due associazioni di difesa dei diritti tibetani. Questo manifestante è il terzo ucciso per mano delle forze dell’ordine nella regione. Faceva parte di una folla che si opponeva agli arresti di un giovane ricercato dalla polizia per aver distribuito dei volantini che rivendicavano il ritorno del Dalai-Lama secondo Kate Saunders, porta voce dell’Internationl Campaign for Tibet (ICT).

Anche un’altra associazione il Tibet Centre for Human Rights and Democracy (TCHRD) la cui sede si trova in India ha riportato le stesse notizie. Il giovane manifestante, aveva soltanto 20 anni, è deceduto nella località di Rangtang ed era amico del giovane ricercato. La Cina afferma di aver “liberato pacificamente” il Tibet nel 1959 in seguito al fallimento di un tentativo di sollevare la tutela cinese a Lhassa che l’ha costretta a fuggire. Rangtang è situata alla fine di una strada di montagna a due o tre giorni di marcia da Chengdu, la capitale di Sichuan. Un responsabile delle autorità di Rangtang ha assicurato che non cis saranno altre manifestazioni: “Non è possibile parlare in questo momento. Questo non serve a nulla così come non serva a nulla chiamare altre persone”. L’ovest della provincia di Sichuan, che conta 1,5 milioni di Tibetani, è stato teatro questa settimana dei problemi più gravi nelle province cinesi popolate da tibetani dopo le grandi manifestazioni del 2008 contro la tutela cinese. Le forze dell’ordine hanno sparato nel corso di due incidenti avvenuti in due località diverse lunedì e martedì nel Luhuo e in Seda, nella prefettura di Ganzi, al confine con la regione autonoma del Tibet. Secondo le ONG (Organizzazioni non Governative), questi spari della polizia avrebbero fatto almeno tre morti, mentre il governo cinese ne ha riconosciuti soltanto due. Queste manifestazioni, che sono state precedute da altre a gennaio, hanno ugualmente toccato il distretto di Banma nella vicina provincia di Quinghai mentre 16 tibetani si sono immolati o hanno tentato di farlo da martedì scorso per la maggior parte nella prefettura di Aba. Questi gesti disperati che certamente non trovano una collocazione nella tradizione del buddismo lamaista, sono dovute secondo le associazioni del Tibet a una repressione dopo le sommosse anticinese del 2008. Queste sommosse, che hanno fatto almeno 200 morti, secondo le associazioni tibetane, e solo 21 secondo Pechino, hanno provocato una campagna di repressione specialmente contro i monasteri, che hanno a loro volta alimentato una rivolta contro Pechino. Pechino invece assicura ai tibetani la libertà del culto e delle loro pratiche invece di aumento del loro livello di vita grazie a degli investimenti importanti in queste zone sotto sviluppate.    

Manuel Giannantonio

28 gennaio 2012

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook