Tibet: altissima tensione

La situazione ha di nuovo preso una brutta piega nelle regioni tibetane della Cina. Ormai sono vere e proprie sommosse quella alle quali devono fare fronte le forze della sicurezza. La repressione ha comportato numerose vittime comprese tra le due e dieci persone secondo le fonti. Tra qualche giorno probabilmente la regione cadrà nel peggior ciclo di violenza dal 2008.

Due manifestanti sarebbero stati uccisi con armi da fuoco mercoledì a Seda, in una zona prevalentemente abitata da popolazione tibetana della provincia di Sichuan, secondo quanto riportato dall’associazione Free Tibet. L’agenzia ufficiale Cinese ha confermato delle violenze nella città, riconoscendo la morte di un civile aggiungendo che sono stati feriti in azione 14 poliziotti mentre altre 13 sono state arrestate. Secondo le autorità, i rivoltosi hanno attaccato il commissariato armati di bottiglie di gas, coltelli e pietre. La regione è sotto il coprifuoco e i suoi accessi sono vietati. Il giorno prima altri problemi si sono verificati nel distretto vicino di Luhuo nei presi del monastero di Draggo. Secondo le associazioni tibetane, due persone sono rimaste uccise mentre altre trenta circa sono rimaste ferite. Pechino ha riconosciuto ufficialmente un morto. I feriti sono rifugiati all’interno del monastero assediato dalle forze dell’ordine. Altre violenze sono scoppiate in un terzo luogo, precisamente nel distretto di Aba, sempre nel territorio del Sichuan. Questi violentissimi scontri sopraggiungono dopo una lunga serie di 16 immolazioni di monaci o anziani religiosi buddisti. Questa tragica forma di resistenza imbarazza Pechino, senza nessun controllo sulla vicenda. La questione infuocata dei confini di Sichuan costituisce una nuova sfida. Mercoledì, il governo tibetano in esilio in India, ha chiamato la comunità internazionale a “intervenire per impedire un nuovo bagno di sangue”. Le autorità cinesi, accusano dei gruppi separatisti stranieri di voler fortemente destabilizzare queste regioni mentre Washington si è detta “gravemente preoccupata” da queste violenze. La coordinatrice speciale per gli affari tibetani, Maria Otero, ha chiamato i dirigenti cinesi a rivedere le politiche contro produttive in queste regioni, che creano tensioni e minacciano seriamente l’identità culturale , religiosa e linguistica dei tibetani. Per Pechino invece questi problemi sorgono in quanto il vice presidente Xi Jinping (che deve succedere al presidente Hu Jintao alla fine dell’anno) deve arrendersi agli Stati Uniti agli inizi di Febbraio. La politica della minoranza di Pechino, rilassata sulla dissoluzione dei particolarismi nello sviluppo, si trova ancora una volta di fronte a un ardua prova e il pugno di ferro mantenuto contro i monasteri sembra alimentare questo vento di rivolta popolare che si respira attualmente. Secondo Nicholas Bequelin membro di Human Rights Watch con base a Pechino tutto succede come se ormai il potere ha deciso di governare queste regioni senza nemmeno coinvolgere o cercare l’adesione dei tibetani.

Manuel Giannantonio

27 gennaio 2012

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