Lo Stato Islamico ha avuto paura di Samira Saleh al-Naimi: uccisa per il suo dissenso

Lo Stato Islamico ha avuto paura di Samira Saleh al-Naimi: uccisa per il suo dissenso

Samira -saleh al-NaimiL’avanzata dello Stato Islamico spaventa. Spaventa e ora mobilita a livello internazionale con i primi raid aerei americani in Siria e il via libera del Regno Unito ad attacchi aerei in Iraq. Quella dell’IS è un’avanzata condotta spietatamente, facendo leva sull’orrore e il terrore che scatena. Plateali decapitazioni e continue minacce verso gli «infedeli» attraverso i social network rendono questa guerra anche mediatica e globale, dove ognuno non solo assiste alla distruzione totale, di vite umane, di religioni, cultura e luoghi, ma si sente toccato e insidiato da questa mano invisibile che sembra nascondersi e poter raggiungere chiunque e ovunque attraverso il fanatismo dei terroristi jihadisti. Eppure questa macchina delle atrocità ha paura della disobbedienza. Come tutti i regimi e le dittature, basta un atto di ribellione, anche piccolo, per sentirsi minato. Come è accaduto con l’attivista irachena per i diritti umani Samira Saleh al-Naimi. Noto avvocato iracheno, madre di tre figli, combatteva per promuovere i diritti delle donne, difendere i detenuti, dare sostentamento alle famiglie disagiate. Proprio per queste sue competenze giuridiche era ritenuta pericolosa, competenze che lei usava per esprimere pubblicamente il suo dissenso verso i militanti del Califfato e le loro barbarie. Sul suo profilo Facebook aveva «osato» criticare la distruzione dei luoghi storici e di culto a Mossul.

Un pretesto sufficiente per far partire, mercoledì 17 settembre, una squadra di terroristi dell’ISIS. Dopo il sequestro cinque giorni di torture, dopo le torture un processo sommario dove viene condannata a morte per apostasia (convertirsi a una religione diversa da quella islamica, ma anche commettere azioni contrarie alla fede). Morte avvenuta domenica 22 settembre nella piazza di Mossul perché Samira non si era pentita e non aveva ritrattato. Un plotone d’esecuzione, uomini in nero con il volto coperto che le hanno sparato davanti a un palazzo del governo. Il suo corpo abbandonato sul ciglio della strada come un sacco della spazzatura. Alla famiglia non è stato nemmeno permesso seppellirla.

La notizia è stata data dal responsabile della missione ONU a Baghdad, Nikolay Mladenov, che ha usato la parola «rivoltante» per definire questo crimine ed ha espresso la propria disapprovazione: «L’ISIS continua a confermare la sua natura infame, sposando odio, nichilismo, crudeltà e disprezzo totale per ogni umana decenza». Ha inoltre rivolto un appello al governo iracheno e a tutta la comunità internazionale perché vengano assicurati alla giustizia gli autori di questi crimini e perché si faccia fronte a questo pericolo che minaccia la vita, la pace e la sicurezza dell’Iraq e degli iracheni. Purtroppo questo è solo l’ennesimo atto disumano fra tanti. E chi è disumano vede il pericolo in chi è profondamente umano, in chi lotta non solo per la propria libertà ma anche per quella altrui perché, usando le parole di Oriana Fallaci, «vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre». E Samira Saleh al-Naimi non si è sottratta.

Paola Mattavelli
27 settembre 2014

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook