Cambogia: gli ultimi due ex capi dei Khmer Rossi condannati all’ergastolo per crimini contro l’umanità

Cambogia: gli ultimi due ex capi dei Khmer Rossi condannati all’ergastolo per crimini contro l’umanità

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Nuon Chea e Khieu Samphan

Nuon Chea, ottantotto anni, e Khieu Samphan, ottantatré anni, rispettivamente ideologo e capo di Stato del regime comunista di Pol Pot (nato Saloth Sar, conosciuto anche come Fratello Numero 1) che dal 1975 al 1979 causò la morte di un milione e quattrocentomila persone, il 20% della popolazione (stima di Amnesty International), sono stati condannati all’ergastolo da un tribunale cambogiano sostenuto dall’ONU perché ritenuti colpevoli di crimini contro l’umanità riguardanti l’evacuazione forzata della capitale Phnomh Penh e di altri centri urbani che causò tantissime vittime. In carcere dal 2007, dovranno affrontare un secondo procedimento per genocidio. Questo processo, iniziato nel 2011, vedeva inizialmente tra gli imputati anche Ieng Sary, ex ministro degli Esteri morto nel 2013, e la moglie Ieng Thirth, ex ministro degli Affari Sociali affetta da demenza senile dal 2012 e quindi non in grado di sostenere un processo. «Milioni di persone furono vittime dell’attacco globale e sistematico contro la popolazione civile che seguiva politiche e piani del partito», queste le parole del giudice Nil Nonn durante la diretta della lettura della sentenza che pone fine al primo atto di un processo diviso in due per non allungare ulteriormente i tempi per avere un verdetto. Settimana scorsa ha infatti avuto luogo la prima udienza del secondo procedimento penale per genocidio contro la «minoranza vietnamita e la comunità musulmana Cham». Serviranno almeno altri due anni per arrivare ad una sentenza. L’unica condanna prima di oggi — ergastolo nel 2011 — è stata data a Kaing Guek Eav, detto «compagno Duch», direttore del carcere-lager di Tuol Sleng (denominato S-21) dove venivano rinchiuse, fotografate, torturate e uccise le persone considerate nemiche del governo. Nuon Chea (detto Fratello Numero 2) e Khieu Samphan (detto Fratello Numero 4) erano in aula al momento del verdetto, accolto con commozione e felicità all’esterno della corte. Le motivazione dei due ergastoli sono «crimini contro l’umanità, sterminio e atti disumani» per il primo e «aver preso parte all’attuazione di tali crimini, pur senza averli ordinati» per il secondo. I due uomini sono stati riconosciuti colpevoli di «sterminio, persecuzioni politiche e altri atti umani tra cui il trasferimento forzato, le sparizioni forzate e gli attacchi contro la dignità umana». Mentre i due imputati, attraverso i propri legali, hanno fatto sapere che presenteranno ricorso, Ou Virak, presidente del Cambodian Center for Human Rights che ha assistito alla morte di alcuni parenti — tra cui padre, nonno e zio — durante il regime dei Khmer Rossi, ha espresso così la sua soddisfazione: «C’è finalmente un senso di giustizia. È un giorno storico, l’ultimo capitolo del passato oscuro della Cambogia».

Un passato oscuro che ha rappresentato uno fra i momenti più terribili ed efferati della storia contemporanea. Fu Pol Pot, fondatore del Partito Comunista di Kampuchea e Primo Ministro dal 1975 al 1979 della Kampuchea Democratica (nome dato alla Cambogia in quegli anni, fino al rovesciamento della dittatura da parte del confinante Vietnam), ad organizzare il movimento rivoluzionario dei Khmer Rossi. Questa formazione guerrigliera iniziò il cosiddetto «Anno zero» compiendo il primo passo verso l’utopiaagraria, che voleva rifondare la società cambogiana su base comunista e contadina, deportando le popolazioni delle città, a partire dalla capitale, verso le campagne in fattorie comuni dove venivano ridotti in schiavitù: chi non produceva non mangiava. Comincia così il lungo periodo di terrore che trasformò la Cambogia in grande campo di lavori forzati, con le famiglie separate e inviate in questi campi dove le torture, la fame e la mancanza d’igiene portavano le persone a suicidarsi se non morivano prima di stenti. Vennero distrutti tutti i simboli della civiltà occidentale (case, automobili, elettrodomestici, ogni tipo di macchinario anche quello medico), soppressa l’educazione scolastica (abolite le scuole e bruciati tutti i libri) consentendola solo nei «campi di rieducazione», aboliti ospedali e banche, uccisi migliaia di professionisti solo perché secondo Pol Pot ogni intellettuale rappresentava un nemico, abolita la proprietà privata e la moneta, annientata ogni attività libera (dalla commerciale alla sportiva), compresa ogni forma di manifestazioni d’affetto o dei sentimenti (vietate le relazioni familiari, abbracciarsi e piangere). L’abbigliamento consentito era una casacca nera, con le maniche lunghe e abbottonata fino al collo. La crudeltà dei Khmer Rossi era senza limiti, ogni pretesto era buono per venir perseguitati se non immediatamente giustiziati: portatori di handicap fisici considerati parassiti, chi tentava la fuga, chi rubava il cibo (a volte rappresentato dalla crusca tolta ai maiali), vietnamiti, cristiani cambogiani, musulmani, monaci buddisti, minoranze vietnamite e thailandesi. I metodi usati per giustiziare i nemici della Rivoluzione erano brutali e atroci (morte per asfissia tramite sacchetti di plastica in testa o l’essere appesi a testa in giù con la testa immersa nell’olio bollente).

I dettagli raccapriccianti potrebbero continuare, come quello della spilla di identificazione appuntata direttamente sulla pelle, ma non basterebbero per rendere giustizia. I procuratori stanno indagando riguardo altri probabili imputati per crimini simili ma il rischio che non vengano mai sottoposti ad alcun procedimento è molto alto in quanto ex alti funzionari del governo cambogiano attuale, che vede l’attuale presidente Hun Sen (ex Khmer Rosso di grado medio) contrario a nuovi rinvii a giudizio.

Questo processo è quindi solo un primo passo, una preziosa occasione per ricordare e lasciar desta la memoria. Potrà far sorridere veder condannare all’ergastolo persone in condizione di salute precarie e ormai prossime alla fine dei loro giorni, eppure oggi più che mai, in un mondo ancora dilaniato da conflitti e da dittature, è necessario non dimenticare.

Paola Mattavelli
8 agosto 2014

 

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