Argentina: la presidente delle Nonne di Plaza de Mayo ritrova suo nipote

Argentina: la presidente delle Nonne di Plaza de Mayo ritrova suo nipote

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Estela Barnes de Carlotto

ARGENTINA – «Ormai pensavo che sarei morta senza poterlo riabbracciare», queste le parole di Estela Barnes de Carlotto, presidente dell’Associazione Civile Nonne di Plaza de Mayo, alla notizia che il nipote ritrovato era quello nato da sua figlia Laura il 26 giugno 1978, presso l’Ospedale Militare di Buenos Aires, poi dato in adozione. L’organizzazione argentina presieduta da Estela de Carlotto ha come finalità quella di localizzare e restituire alle legittime famiglie i bambini sequestrati e desaparecidos (scomparsi) durante la dittatura militare dal 1976 al 1983 autonominata«Processo di Riorganizzazione Nazionale», che portò alla eliminazione di massa degli oppositori.

La vita di Estela cambia radicalmente dopo il sequestro e l’uccisione di sua figlia Laura Estela. Siamo nel novembre 1977 quando Laura, giovane militante della Juventud peronista, viene arrestata con il suo compagno Chiquito. Prima di lei era stato sequestrato il padre, l’italiano Guido Carlotto, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto. Laura ha ventitré anni ed è incinta di tre mesi. Non viene rilasciata ma portata prima nella ESMA, la scuola militare della Marina adibita a centro di detenzione illegale e di tortura delle persone scomode al regime, poi trasferita nel terribile centro di detenzione clandestino «La Cacha», alla periferia di La Plata.

Qui riesce a dare notizie di sé con l’unica breve telefonata a sua disposizione. Qui vede morire il suo compagno. Qui viene riportata dopo aver tenuto in braccio suo figlio per sole cinque ore, quel figlio che lei desiderava chiamare come suo padre, Guido. Da qui uscirà solo il 25 agosto 1978 per morire assassinata in una strada deserta alla periferia di La Plata. Quando il cadavere devastato viene riconsegnato alla madre — un privilegio visto che i cadaveri venivano fatti sparire —, le testimonianze di alcuni detenuti e militari, unitamente ad esami necroscopici, rendono evidente la modalità del parto e il fatto che il bambino sia nato sano. Estela decide così di unirsi al gruppo Nonne argentine di nipotini scomparsi (poi trasformatasi nell’associazione di cui è tuttora presidente) passando da maestra e direttrice di scuola elementare priva di impegno politico a militante per i diritti umani, lottando sempre per ritrovare i figli dei desaparecidos e per far avere la giusta pena per i responsabili dei crimini contro l’umanità. Durante la «guerra sporca» (Guerra Sucia) — il programma di repressione violenta messo in atto in Argentina per eliminare ogni forma di dissidenza e protesta — i figli dei detenuti desaparecidos erano considerati dal regime «bottino di guerra» e c’era un vero e proprio sistema di detenzione specifico per donne in gravidanza con parti clandestini, falsificazioni d’identità e simulazioni di adozioni per appropriarsi dei bambini (furono circa cinquecento) perché «i sovversivi educano i propri figli alla sovversione».

La costituzione delle Nonne (Abuelas) di Plaza de Mayo avvenne in modo molto semplice, come processo naturale di confluenze tra donne che cercavano i propri nipoti unite dal motto «cercare i nipoti senza dimenticare i figli», perché avevano capito che la situazione dei bambini sequestrati era diversa da quella dei genitori e richiedeva metodi e strategie specifiche per recuperarli. All’inizio vengono tollerate perché considerate vecchie pazze innocue che presto si sarebbero stancate e «se avessero saputo che avremmo perseverato per sempre ci avrebbero sequestrato in maggior numero» (Estela B. de Carlotto).

Le donne iniziano a radunarsi in Plaza de Mayo dal 1977, reclamando i figli e i nipoti durante marce circolari con la testa coperta da un fazzoletto bianco, divenuto poi loro simbolo e per il quale si usava la stoffa per fare i pannolini dei neonati. Estela non ha mai smesso di cercare questo suo nipote al quale solamente tre anni fa, in occasione del suo trentatreesimo compleanno, aveva scritto una lettera aperta con queste parole: «Caro nipote, cosa non darei perché ti materializzassi nelle stesse strade in cui ti cerco da sempre. Cosa non darei per darti quest’amore che mi strozza, per tutti gli anni in cui l’ho conservato. Aspetto quel giorno con la certezza delle mie convinzioni, sapendo che oltre alla felicità per l’incontro, i tuoi genitori, Laura e Chiquito e tuo nonno Guido, dal cielo, ci stringeranno nell’abbraccio che non ci separerà mai. Tua nonna Estela». Quel giorno tanto atteso è finalmente arrivato. Guido è ormai un uomo di trentasei anni, di nome Ignacio Hurban, sposato, padre, pianista, arrangiatore, compositore, dirige una scuola di musica a Olavarria, 350 km a sud di Buenos Aires, lui che ad Olavarria c’era arrivato perché adottato da una famiglia che vi risiedeva.

Da tempo vicino alle «Abuelas» con le quali ha collaborato componendo un pezzo musicale in memoria dei desaparecidos della dittatura, Ignacio si è presentato spontaneamente per la prova del DNA per verificare la compatibilità genetica con le famiglie che cercano i nipoti sequestrati dai militari: «Mio nipote aveva dubbi sulla propria identità da molti anni e un paio di mesi fa ha deciso di farsi le analisi». E i controlli incrociati hanno confermato che Ignacio è Guido, il nipote che non ha mai smesso di cercare da quel lontano 1978, quando l’Argentina era sotto la dittatura del generale Videla. Queste le parole di Estela de Carlotto in conferenza stampa: «Quella sedia vuota sarà per lui, le cornici vuote saranno riempite dalla sua foto. L’ho vista, lui è bellissimo, è un artista, un bravo ragazzo, mi ha cercato anche lui. È riuscito a raggiungere quello che è il nostro obiettivo. Noi diciamo sempre: alla fine le persone scomparse ci troveranno come noi abbiamo trovato loro». Ora ci vuole tempo, quel tempo che serve ad Ignacio ed Estela «per costruire, per stare insieme» dopo un’emozione così forte.

Paola Mattavelli
7 agosto 2014

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