Iraq: l’avanzata dei jihadisti e l’apertura di rapporti diplomatici tra USA e Iran

Iraq: l’avanzata dei jihadisti e l’apertura di rapporti diplomatici tra USA e Iran

Iraq, le immagini di esecuzione di massa dell'IsilNon si ferma l’avanzata dei jihadisti nel nord dell’Iraq. I miliziani sunniti dello Stato Islamico dell’Iraq e il Levante (Isil), che minacciano il governo di Baghdad e l’integrità dell’Iraq lottando contro l’esercito regolare, hanno annunciato la conquista di nuove città nel nord del paese. Attraverso un account su Twitter i militanti hanno dato la notizia d’aver preso il controllo di Tal Afar, nella provincia di Niniveh, «con l’eccezione di una piccola zona sottoposta a uno stretto controllo e nota come Zona Verde», sostenendo d’aver così liberato «centinaia di prigionieri» dal carcere cittadino. Mosul, capoluogo di Niniveh, è stato tra le prime città a finire sotto il controllo dello Stato islamico. Di contro le forze governative hanno rafforzato la loro presenza intorno alla capitale Baghdad e, secondo la tv satellitare al-Arabiya, anche intorno all’aeroporto internazionale della capitale, luogo di recenti scontri. Fonti anonime della sicurezza hanno riferito all’agenzia Dpa di aver ucciso ventitrè militanti del gruppo a nord di Baquba, circa sessanta chilometri a nord-ovest di Baghdad. L’ultimo bilancio parla di 40 morti negli scontri in corso nella regione orientale irachena di Diyala, nel capoluogo Baaquba, assaltato oggi da miliziani qaedisti.

Il segretario di stato americano Jhon Kerry ha annunciato che per fermare l’avanzata degli estremisti sunniti gli Stati Uniti sono «aperti a discussioni» con Teheran se questo può servire a fermare le violenze e portare stabilità al paese. I due paesi non hanno rapporti diplomatici dal 1979 ma entrambi sono interessati a contrastare i miliziani sunniti dello Stato Islamico dell’Iraq e il Levante (Isil) che minacciano il governo di Baghdad e l’integrità dell’Iraq. Lo stesso presidente iraniano Hassan Rohani sabato ha dichiarato che Teheran sta valutando una collaborazione con gli Stati Uniti su questa emergenza. La cornice dell’incontro tra Stati Uniti e Iran potrebbe essere questa settimana a Vienna nel corso delle trattative per trovare un accordo sul programma nucleare iraniano, nell’ambito del gruppo 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania). Kerry ipotizza l’impiego dei droni da bombardamento e afferma che a Washington non escludono nulla che possa essere costruttivo, anche se i colloqui con gli iraniano procederanno «passo per passo». Il governo americano sta comunque riducendo il personale nella sua ambasciata di Baghdad dove sono stati inviati militari per rafforzarne la sicurezza.

A seguito dell’avanzata in Iraq dei militari sunniti, il segretario della Difesa americano Chuck Hagel ha inviato la nave da guerra «Mesa Verde» (che trasporta un convertiplano V-22 Osprey, incrocio tra un aereo e un elicottero capace di decollare e atterrare verticalmente) nel Golfo Persico, che va ad affiancare la portaerei «George H. W. Bush». Ma l’ex vice presidente iracheno Tareq al-Hashimi, riguardo l’ipotesi di un intervento militare in Iraq, ha detto: «Non permetteremo alcuna interferenza straniera in Iraq, perché si tratta di una questione tutta irachena e gli iracheni possono risolverla da sé», aggiungendo che «l’interferenza di qualunque parte esterna, soprattutto quelle che usano la forza, sarebbe disastrosa». Tareq al-Hashimi era fuggito dall’Iraq nel 2012 perché era stato emesso un mandato d’arresto a suo carico con successiva condanna a morte per alcuni omicidi e per un presunto sostegno ai gruppi militanti sunniti.

Le violenze in Iraq sono per la maggior parte di natura interconfessionale e nel 2013 hanno avuto una recrudescenza, raggiungendo il livello raggiunto nel 2008, anno nel quale si rischiò una guerra civile fra sciiti e sunniti. Nel 2014 la situazione non è migliorata e dall’inizio dell’anno le vittime sono state più di quattromila. Questa offensiva jihadista fa temere per lo scoppio di un conflitto tra le comunità. L’allerta è massima. Anche il vicario patriarcale caldeo della capitale irachena, monsignor Shlemon Warduni, dopo la conquista di Mosul da parte delle milizie dell’Isil, ha detto che «le notizie che ci arrivano da Baghdad sono preoccupanti. La gente ha paura». Al telefono spiega che «siamo in contatto con i nostri sacerdoti e fedeli in Iraq, la situazione sembra grave ma non del tutto chiara». Da Kirkuk il sacerdote caldeo Kais Mumtaz descrive così il sentimento che prevale tra i cristiani del nord dell’Iraq davanti all’evolversi degli eventi: «Tutto sembra precipitare verso una gestione soltanto militare della crisi, cioè verso la guerra civile. E adesso questo spaventa tanti cristiani anche più dell’avanzata degli islamisti: la guerra non fa distinzione tra soldati, terroristi e civili. E si abbatte allo stesso modo su cristiani, sunniti, curdi e sciiti». Padre Kais sottolinea però che l’avanzata dei miliziani dell’Isil è stata possibile solo perché una parte della popolazione sunnita li appoggia contro il governo centrale e perché l’esercito è fuggito lasciando armi e veicoli nelle loro mani. Questa è la via per uno scontro militare settario che porterà alla distruzione del Paese.

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, in una conferenza stampa a Ginevra ha chiesto al premier iracheno Nuri al-Maliki di avviare un dialogo per tentare di fermare le violenze settarie che stanno insanguinando l’Iraq perché i governi che trascurano i diritti umani creano «focolai per estremismi e terrorismi».

Paola Mattavelli
18 giugno 2014

 

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