Il “comunismo” temuto da Donald Trump e inaspettatamente elogiato dalla sua First Lady

“Sono cresciuta sotto il comunismo e, onestamente, non mi è mancato niente. Ho avuto un’infanzia bellissima”: probabilmente, questa dichiarazione non avrebbe fatto così tanto scalpore, se a pronunciarla non fosse stata la First Lady statunitense, Melania Trump. In un’intervista a Fox News Business, la moglie del 47esimo presidente degli Stati Uniti ha rivendicato i tempi della sua infanzia in Slovenia negli anni ’70, quando il Paese era parte della Repubblica socialista federativa di Jugoslavia, guidata da Josip Broz Tito, e stava vivendo il suo periodo di massimo benessere economico.
Se confrontato con il comunismo oppressivo e centralizzato del blocco sovietico e della Germania dell’Est, certamente, il modello sloveno si distingueva per una maggiore apertura e libertà. “Sì, ci sono alcune cose di cui bisogna essere consapevoli. E stavi attento a quello che facevi. Non si era liberi come qui negli Stati Uniti oggi. È un’epoca diversa. Ma quando stavo crescendo non lo era”, precisa la First Lady nell’intervista rilasciata ieri. Tuttavia, le sue dichiarazioni appaiono nettamente in contrasto con il pensiero politico del marito Donald Trump, che invoca frequentemente la paura di uno spostamento del Paese verso sinistra, noto come “Red Scare” (paura del rosso), e che dipinge l’ala democratica come “comunista”, in chiaro senso dispregiativo e distortivo. Per Donald Trump, infatti, il comunismo è l’espediente perfetto per delegittimare l’avversario politico: toglie il senso dalle lotte e dalle proposte democratiche e ne fa una minaccia mortale per gli Stati Uniti stessi, mobilitando l’elettorato conservatore contro un astratto nemico comune.
Durante le celebrazioni per il 250esimo anniversario dell’indipendenza statunitense, tenutesi il 4 luglio, il presidente Donald Trump ha tenuto un lungo discorso proprio sul pericolo del comunismo negli Stati Uniti, definendolo “la più grande minaccia” per il Paese, persino più temibile delle due guerre mondiali, di Pearl Harbor e dell’11 settembre. L’identità statunitense sarebbe, infatti, sotto attacco da parte di “radicali ed estremisti interni”, sottintendendo soprattutto l’ala socialista del Partito Democratico e il sindaco di New York Zohran Mamdani. Eppure, tra il comunismo e le proposte socialdemocratiche vi sono chiare e profonde differenze. In primo luogo, nel ruolo dell’economia e del mercato: se il comunismo punta all’abolizione della proprietà privata e delle classi sociali tramite una rivoluzione, la socialdemocrazia accetta l’economia di mercato e la democrazia liberale, usando le riforme per ridurre le disuguaglianze. La lotta trumpiana appare, tuttavia, più chiara se si considera che l’ascesa del socialismo democratico si sta riscontrando più che mai proprio durante la sua seconda amministrazione. Come analizza il giornalista Ben Davis, in un articolo del Guardian: “è chiaro che il Partito Repubblicano si è radicalizzato in modo permanente e che le norme politiche della democrazia americana, una volta infrante, non possono essere facilmente ricostruite. Il risultato è una base democratica molto più ricettiva a sfidare Donald Trump in modo decisivo e ad accettare politiche che rappresentano una rottura con il consenso pre-Trump”. Il presidente Usa risulta, quindi, sempre più preso a sfidare un mostro che ha involontariamente innescato, tra spinte esterne e, come nelle dichiarazioni della sua First Lady, inaspettatamente interne.




