Algeria, la potenza che l’Europa non può ridurre al gas

Ogni volta che l’Europa guarda all’Algeria, il discorso finisce sul gas. È comprensibile: i flussi che attraversano il Mediterraneo hanno contribuito a sostituire una parte delle forniture russe e ad accrescere il peso di Algeri nei calcoli di Roma, Madrid e Parigi. Ma leggere il Paese soltanto attraverso i metri cubi consegnati significa confondere uno strumento con la strategia.
L’Algeria occupa il territorio più esteso dell’Africa, si affaccia sul Mediterraneo e confina con Tunisia, Libia, Niger, Mali, Mauritania, Marocco e Sahara Occidentale. È contemporaneamente un Paese maghrebino, una potenza saheliana ed esportatore energetico. Questa geografia non le consente un allineamento semplice: l’obbliga a trattare con partner tra loro concorrenti, senza affidare a nessuno la regia della propria sicurezza.
La continuità è nella dottrina. Sovranità, non allineamento e diffidenza verso gli interventi militari esterni restano elementi strutturali della politica algerina. Nella pratica significano armi e cooperazione storica con Mosca, infrastrutture e capitale dalla Cina, tecnologia occidentale, relazioni con Washington e investimenti del Golfo. Sonatrach applica la stessa logica sul terreno energetico: mantiene il controllo nazionale e distribuisce opportunità per aumentare il capitale, le competenze e il potere negoziale.
Italia e Francia, due geometrie di potere
L’Italia dispone oggi del rapporto industriale più integrato. Eni dichiarava nel 2024 una produzione netta in Algeria di circa 137 mila barili equivalenti al giorno; TransMed collega il sistema algerino alla Sicilia attraverso la Tunisia; gli accordi di commercializzazione avvicinano la riserva al mercato finale. Nel 2025 l’Italia ha ricevuto dall’Algeria circa 20 miliardi di metri cubi di gas. Il dato conferma la centralità di Algeri, ma anche il limite della narrativa emergenziale: il memorandum Eni-Sonatrach di luglio 2025 indicava fino a 5,5 miliardi di metri cubi annui aggiuntivi entro il 2028, subordinati a investimenti e allo sviluppo. È un obiettivo, non una fornitura garantita.
La Francia conserva una diversità di dimensioni: lingua, diaspora, reti amministrative, sicurezza e presenza economica. TotalEnergies dichiarava 51 mila barili equivalenti al giorno nel 2023 e nel 2025 ha ottenuto Ahara come operatore nell’esplorazione con il 24,5 per cento, insieme a QatarEnergy con la stessa quota e Sonatrach al 51 per cento. Il confronto con Eni indica una minore scala produttiva dichiarata, pur su esercizi diversi, non l’uscita francese dall’Algeria.
La crisi diplomatica ha però ridotto la capacità di Parigi di trasformare quei legami in influenza diretta. Il sostegno francese al piano marocchino di autonomia per il Sahara Occidentale provocò nel 2024 il ritiro dell’ambasciatore algerino; nel 2025 ne seguirono espulsioni reciproche e il richiamo dell’ambasciatore francese. Il suo ritorno ad Algeri l’8 maggio 2026 ha riaperto il canale, ma non ha risolto il contenzioso. La presenza di TotalEnergies dimostra che interessi industriali e relazioni politiche possono divergere: un’impresa può restare mentre la diplomazia si deteriora.
Il Sahara e il Sahel: la profondità strategica
La rivalità con il Marocco è la variabile che ordina il Maghreb. Il confine terrestre è chiuso dal 1994 e le relazioni diplomatiche sono interrotte dal 2021. Rabat propone un’autonomia del Sahara Occidentale sotto la sovranità marocchina; Algeri sostiene il Polisario e il principio di autodeterminazione. La risoluzione 2797 del Consiglio di sicurezza, adottata nell’ottobre 2025, ha rinnovato il mandato della missione Minurso senza risolvere la disputa. Ogni posizione europea sul dossier viene quindi letta ad Algeri come una scelta nell’equilibrio con Rabat, non come una dichiarazione astratta.
A sud, l’Algeria subisce una perdita relativa di influenza. Per anni ha mediato tra Bamako e gli attori del nord del Mali, fino all’accordo del 2015. Il ritiro del governo maliano da quell’intesa nel 2024 e l’avvicinamento alla Russia hanno ridotto lo spazio diplomatico algerino. Nel 2025 l’abbattimento di un drone maliano vicino al confine provocò richiami di ambasciatori e la chiusura dello spazio aereo; Bamako e Algeri contestarono persino il punto in cui il velivolo era caduto.
Nel luglio 2026 i due Paesi hanno riaperto lo spazio aereo e ripristinato gli ambasciatori. È una distensione importante, non la soluzione delle divergenze: Bamako sospetta i rapporti algerini con attori del nord, mentre Algeri teme che una strategia esclusivamente militare spinga gruppi armati, traffici e profughi verso la propria frontiera. La crisi ha inoltre coinvolto politicamente l’Alleanza degli Stati del Sahel, mostrando che l’Algeria non può più dare per acquisito il ruolo di mediatore regionale.
Anche il Trans-Saharan Gas Pipeline va letto in questa chiave. Nel giugno 2026 sono iniziati i lavori del segmento algerino verso Hassi R’Mel. Il progetto offrirebbe a Nigeria e Niger uno sbocco mediterraneo attraverso la rete algerina, ma il corridoio transfrontaliero dipende ancora dalla sicurezza, dal finanziamento, dalla disponibilità di gas e dal coordinamento tra tre Stati. È un’opzione geopolitica concreta; non è ancora una fonte di approvvigionamento certa per l’Europa.
Partner, non blocchi
La Russia resta il fornitore militare storico e un interlocutore politico, ma l’Algeria non è un satellite. Mantiene rapporti con i Paesi della Nato e non ha interesse a sostituire i legami occidentali con una dipendenza da Mosca. Nel Mali, inoltre, l’Africa Corps sostiene un governo con cui Algeri ha avuto un contenzioso diretto.
La Cina combina costruzione, finanza e capacità esecutiva. Sinopec, presente dal 2002, ha sottoscritto nel 2025 un contratto da circa 850 milioni di dollari per Hassi Berkane North. Il vantaggio cinese è la velocità di mobilitazione; la questione per Algeri è quanta tecnologia, subfornitura e capacità industriale restino nel Paese. ExxonMobil e Chevron offrono bilanci e competenze sulle risorse complesse, ma devono ancora convertire l’interesse negoziale in una produzione paragonabile a quella degli operatori già insediati.
Il Golfo aggiunge capitale e reti commerciali. QatarEnergy partecipa ad Ahara; la saudita Midad Energy ha firmato nel 2025 un contratto per Illizi Sud, con investimenti programmati pari a circa 5,4 miliardi di dollari. Anche qui il numero misura un impegno contrattuale di lungo periodo, non flussi immediati. La molteplicità dei partner non è dispersione: è il metodo con cui Algeri evita che una relazione dominante si trasformi in una tutela.
Il gas non compra fedeltà
La strategia italiana deve perciò evitare due errori. Il primo è sostituire la concentrazione russa con quella algerina, trattando un partner importante come se fosse una fonte illimitata. Il secondo è ridurre il rapporto a una gara di bandiere con la Francia o con la Spagna. Le visite ufficiali non assegnano volumi: contano produzione, prezzi, obblighi contrattuali, manutenzione e la capacità di Sonatrach di servire insieme la domanda interna e le esportazioni.
L’Algeria non sta scegliendo tra Roma e Parigi né tra Washington e Mosca. Costruisce autonomia attraverso la concorrenza, difende la propria posizione sul Sahara e prova a contenere l’instabilità saheliana senza cedere la regia a una potenza esterna. Eni detiene oggi la posizione industriale più profonda; Sonatrach e lo Stato algerino mantengono il controllo strategico. Per l’Italia il rapporto sarà durevole se produrrà interessi reciproci difficili da sostituire, non se verrà scambiato per un allineamento che Algeri non ha mai promesso.




