Hormuz, la tregua è in bilico
I colloqui per raggiungere un accordo definitivo tra Teheran e Washington non potranno iniziare finché gli Stati Uniti continueranno con le loro minacce. È l’avvertimento lanciato dal ministro degli Esteri iraniano, mentre la tensione tra i due Paesi torna a crescere.Nella notte, gli Stati Uniti hanno condotto una nuova ondata di raid contro l’Iran, in risposta agli attacchi sferrati martedì dai Pasdaran contro tre navi nello Stretto di Hormuz. Secondo fonti del Pentagono, l’operazione rappresenta una “punizione” e non una “ritorsione proporzionata”, configurandosi come l’azione militare più intensa delle ultime settimane. Axios, citando un funzionario americano, riferisce che i bombardamenti avrebbero avuto una potenza quattro o cinque volte superiore rispetto a quelli di dieci giorni prima e ricostruisce come il presidente Donald Trump abbia autorizzato l’operazione mentre si trovava ad Ankara per il vertice della Nato.Le difese iraniane sarebbero state colte di sorpresa, infatti i video diffusi sui social non mostrano alcuna risposta della contraerea. Secondo le ricostruzioni disponibili, i raid hanno colpito almeno 80 obiettivi tra Qeshm, Bandar Abbas e Sirik, prendendo di mira postazioni missilistiche, sistemi di sorveglianza e basi per droni. Nel porto peschereccio di Bandar Abbas sono stati segnalati diversi incendi, mentre nuove esplosioni sono state registrate poche ore dopo a Kharg, uno dei principali terminal per l’esportazione del petrolio iraniano. Il ministro degli Esteri di Teheran ha condannato l’operazione definendola “una violazione degli accordi di tregua” e ha attribuito la responsabilità al governo statunitense. Nel frattempo, fonti dei Pasdaran hanno rivendicato il lancio di droni e missili contro la flotta americana nel Mare dell’Oman e contro obiettivi militari in Kuwait e Bahrein, sostenendo di aver colpito complessivamente 85 siti statunitensi.Il 17 giugno Iran e Stati Uniti avevano raggiunto un accordo che aveva consentito la riapertura dello Stretto di Hormuz. Tuttavia, gli episodi successivi dimostrano come la tregua resti estremamente fragile. Da quando Teheran ha assunto il controllo dello Stretto, nel mese di marzo, ha utilizzato il passaggio marittimo come principale leva negoziale, ribadendo più volte la volontà di mantenerne il controllo e minacciando di colpire le imbarcazioni che non rispettino le proprie direttive. In particolare, l’Iran chiede alle petroliere di seguire una rotta più vicina alle coste dell’Oman, Paese con il quale ha avviato colloqui per una gestione condivisa del traffico marittimo. Secondo Teheran, si tratterebbe dell’unico corridoio rimasto libero dalle mine navali posizionate durante il conflitto. Inoltre, le autorità iraniane hanno introdotto un pedaggio per il transito delle navi, una misura che non esisteva prima della guerra iniziata il 13 giugno 2025 tra Stati Uniti, Israele e Iran.Le nuove ostilità si riflettono immediatamente anche sui mercati energetici. Il future con consegna ad agosto 2026 sul WTI è salito a 72,77 dollari al barile, con un rialzo del 3,3%, mentre il Brent con scadenza settembre è aumentato del 2,9%, raggiungendo i 72,48 dollari al barile sui mercati asiatici. Nonostante la ripresa del traffico di petrolio e gas successiva all’accordo raggiunto tre settimane fa, lo Stretto di Hormuz continua a rappresentare uno dei principali punti di instabilità geopolitica mondiale. La fragilità della tregua e il ripetersi di azioni militari dimostrano come il controllo di questo snodo strategico resti uno degli elementi centrali del confronto tra Iran e Stati Uniti, con ripercussioni che si estendono ben oltre il Golfo Persico, influenzando sicurezza internazionale e mercati energetici.




