Una nuova ambasciata Usa sorgerà a Gerusalemme, ma il territorio è palestinese
Novant’anni di affitto al prezzo di un dollaro per la costruzione di un’ambasciata statunitense a Gerusalemme. Con questa mossa, gli Stati Uniti di Donald Trump riconoscono Gerusalemme come capitale di Israele, nonostante le questioni controverse e irrisolte tra palestinesi e israeliani, che hanno portato a valutare la città come contesa.
Un'”alleanza indistruttibile”
L’intesa è stata siglata il 1 luglio dal ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar e l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee. La nuova e grande struttura sorgerà in un’area di Gerusalemme conosciuta come “complesso Allenby”. Huckabee, fervente difensore di Israele, che si definì un “unapologetic Zionist” (“sionista senza rimorsi”), ha celebrato l’iniziativa affermando che gli Stati Uniti pianteranno la loro bandiera “sul suolo di Gerusalemme”, che, precisa, “è la capitale di Gerusalemme”. Saar ha salutato l’accordo come “un’altra pietra miliare dell’alleanza indistruttibile tra Israele e Stati Uniti”. Tuttavia, il suolo in cui sorgerà la nuova sede dell’ambasciata Usa è stato rivendicato dai rappresentanti delle famiglie palestinesi a da organizzazioni per i diritti umani come territorio palestinese.
Le rivendicazioni dei palestinesi
Dinanzi alla prospettiva di questo nuovo progetto israelo-statunitensi, i rappresentanti delle famiglie palestinesi avevano chiesto al governo Usa l’annullamento dell’accordo, attraverso dei documenti che dimostravano come il terreno dove sorgerà la nuova ambasciata statunitense fosse stato confiscato alle famiglie palestinesi e trasferito allo Stato ebraico nel 1950. Anche Adalah, organizzazione per i diritti umani delle minoranze arabe in Israele, ha denunciato l’intesa, definendola una “profonda ingiustizia storica”. Adalah ricorda come quel territorio fu espropriato dopo la Nakba, l’esodo forzato della popolazione palestinese nel 1948, in base alla cosiddetta “legge sulla proprietà degli assenti” del 1950, considerata da molti giuristi come discriminatoria. L’ong ha dichiarato in una nota: “Portando avanti i suoi piani, il governo Usa avalla direttamente i meccanismi illegali di espropriazione e sfollamento di Israele, violando i diritti di proprietà fondamentali dei legittimi proprietari palestinesi e dei loro discendenti, in diretta violazione del diritto internazionale”.
Le controversie
La legge del 1950 definisce “assenti” le persone espulse, fuggite o che hanno lasciato il paese dopo il 29 novembre 1947 a causa della guerra. Da quel momento, i beni appartenenti agli “assenti” furono posti sotto il controllo israeliano e la legge sui beni degli assenti divenne il principale strumento giuridico per Israele per prendere possesso dei territori appartenenti ai rifugiati palestinesi. Lo stesso status di Gerusalemme resta tutt’ora irrisolto. Nel 1947 le Nazioni Uniti proposero una piano di spartizione della città, mai attivato per il rifiuto delle autorità palestinesi. La guerra arabo-israeliana del 1948 portò poi a una divisione della città, tra Gerusalemme Ovest (israeliana) e Est (palestinese). Tuttavia, dopo la guerra dei sei giorni del 1967, la parte Est è considerato territorio palestinese occupato da Israele. Secondo un censimento Onu del 2023, sono circa 230.000 i coloni israeliani che risiedono qui. Nel 1980 il Parlamento israeliano approvò la “legge fondamentale”, che proclamava unilateralmente “Gerusalemme unita e indivisa (…) capitale di Israele”. Con la risoluzione 478, il Consiglio di sicurezza dell’Onu definì tale legge “nulla e priva di validità”, “una violazione del diritto internazionale” e un “serio ostacolo al raggiungimento della pace in Medio Oriente”. Ancora oggi, sia palestinesi che israeliani rivendicano Gerusalemme come propria capitale. Nel 2012 il Parlamento europeo ha espresso il suo sostegno all’idea che Gerusalemme debba essere una città doppia.




