Bangladesh, un altro tassello della competizione tra Cina e India
Quando il nuovo Primo Ministro del Bangladesh, Tarique Rahman, ha scelto Pechino come destinazione del suo primo viaggio ufficiale fuori dai confini nazionali, il messaggio è apparso immediatamente chiaro. Dietro le dichiarazioni sulla cooperazione economica e sul rilancio degli investimenti il Bangladesh si propone come uno dei principali campi di confronto della competizione strategica tra Cina e India.
L’incontro tra Rahman e il presidente Xi Jinping, tenutosi nei giorni scorsi nella Grande Sala del Popolo e a pochi giorni dal 105º anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese, si è concluso con l’impegno a rafforzare la cooperazione infrastrutturale, industriale e commerciale.
Dacca ha chiesto un maggiore accesso dei propri prodotti al mercato cinese per ridurre il forte squilibrio commerciale tra i due Paesi e ha sollecitato Pechino ad accelerare la realizzazione dei grandi progetti infrastrutturali già finanziati, oltre a sostenere la modernizzazione del settore industriale bengalese.
Secondo fonti bengalesi, la Cina è infatti il quarto creditore del Bangladesh, dopo il Giappone, la Banca mondiale e la Banca Asiatica di sviluppo, con prestiti dal 1975 ad oggi che ammontano complessivamente a 7,5 miliardi di dollari.
Le due parti hanno inoltre confermato la volontà di sviluppare il corridoio economico Cina-Myanmar-Bangladesh e di ampliare la collaborazione nei settori dell’intelligenza artificiale, delle tecnologie verdi, della sanità e della gestione delle risorse idriche.
Il Bangladesh occupa una posizione geografica cruciale sul Golfo del Bengala, una delle aree marittime più importanti dell’Indo-Pacifico, attraverso cui transita una quota significativa del commercio mondiale e delle importazioni energetiche asiatiche.
Per la Cina consolidare la propria presenza in Bangladesh significa rafforzare un tassello fondamentale della Belt and Road Initiative e ampliare la propria proiezione nell’Oceano Indiano. Tra i progetti congiunti assume particolare rilievo anche lo sviluppo di una zona economica nei pressi del porto di Mongla, il secondo scalo marittimo del Paese, che amplia ulteriormente la presenza economica cinese nel Golfo del Bengala.
Se per Pechino il Bangladesh rappresenta una porta d’accesso all’Oceano Indiano, per Nuova Delhi costituisce invece una componente essenziale della propria sicurezza nazionale. India e Bangladesh condividono oltre quattromila chilometri di frontiera terrestre, una delle più lunghe al mondo, oltre a un intenso sistema di collegamenti commerciali. Qualunque cambiamento negli orientamenti strategici di Dacca viene quindi osservato con estrema attenzione dal governo indiano.
Proprio la gestione delle risorse idriche, ad esempio, è diventata uno dei dossier più delicati. Durante la visita, Cina e Bangladesh hanno rilanciato la cooperazione sul progetto relativo al fiume Teesta, una questione che coinvolge direttamente anche l’India, poiché il corso d’acqua nasce in territorio indiano prima di attraversare il Bangladesh.
Per Dacca rappresenta una fonte indispensabile per l’irrigazione e la sicurezza alimentare, in un contesto di crescente scarsità idrica che, secondo l’International Food Policy Research Institute (IFPRI), provoca ogni anno la perdita di circa 1,5 milioni di tonnellate di riso. Per l’India, invece, il Teesta è essenziale sia per l’agricoltura dello Stato federale del West Bengal sia per la produzione di energia idroelettrica.
Rahman ha definito il progetto una priorità nazionale, ribadendo la volontà di portarlo avanti “a qualsiasi costo”, mentre Pechino ha assicurato il proprio sostegno tecnico e finanziario, precisando formalmente che l’iniziativa non è diretta contro Paesi terzi.
L’elemento forse più interessante, tuttavia, riguarda la strategia perseguita da Dacca. Il governo bengalese non sembra intenzionato a schierarsi apertamente con una delle due grandi potenze asiatiche. Al contrario, cerca di massimizzare i benefici derivanti dalla competizione tra Cina e India.
Da un lato continua a mantenere relazioni economiche e politiche con Nuova Delhi; dall’altro sfrutta gli investimenti cinesi per sostenere la crescita interna, modernizzare le infrastrutture e attirare capitali stranieri.
Sulla falsariga di ciò che caratterizzò il Movimento dei non Allineati durante la Guerra Fredda, infatti, sempre più Stati del cosiddetto Global South rifiutano la logica di appartenenza esclusiva ai blocchi geopolitici, preferendo praticare una politica estera multilaterale e pragmatica piuttosto che scegliere tra Washington e Pechino o tra Cina e India.
È proprio questo il vero significato della visita di Rahman a Pechino. Il Bangladesh non è soltanto un destinatario degli investimenti cinesi, ma sta diventando uno dei principali barometri della competizione strategica nell’Indo-Pacifico.
Se fino a pochi anni fa l’attenzione internazionale si concentrava soprattutto su Taiwan e sul Mar Cinese Meridionale, oggi anche il Golfo del Bengala emerge come uno spazio decisivo, dove infrastrutture, commercio, corridoi economici e diplomazia stanno progressivamente sostituendo le tradizionali logiche di confronto militare. In questo scenario, il futuro del Bangladesh potrebbe offrire un’indicazione preziosa su come evolverà la rivalità tra le due maggiori potenze asiatiche nel prossimo decennio.




