Usa-Iran, primo round di colloqui: intesa su Hormuz, stallo sul Libano
Il 21 giugno a Burgenstock, in Svizzera, si è aperto uno dei round diplomatici più attesi degli ultimi mesi. Stati Uniti e Iran si sono seduti allo stesso tavolo con la mediazione di Pakistan e Qatar. Sul tavolo tre dossier: il programma nucleare iraniano, la gestione dello Stretto di Hormuz e il cessate il fuoco in Libano.
La giornata non è filata liscia. La delegazione iraniana, guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, ha rifiutato la stretta di mano con gli americani, disertato la foto di gruppo e abbandonato i negoziati per alcune ore in segno di protesta. Il clima si è poi ulteriormente irrigidito dopo le dichiarazioni di Donald Trump su Fox News sullo Stretto di Hormuz, in cui ha avvertito che una sua chiusura avrebbe significato la fine dell’Iran come Paese. Ghalibaf ha replicato su X, affermando che le forze armate iraniane erano pronte a rispondere a qualsiasi minaccia.
I negoziati sono ripresi dietro le quinte e nella tarda serata è arrivato un risultato parziale: una ipotesi di una cellula di coordinamento con il Libano per monitorare il cessate il fuoco, una linea di comunicazione diretta per gestire il traffico nello Stretto e una roadmap con scadenza a sessanta giorni per l’accordo definitivo.
Perché il Libano è il nodo centrale
Al tavolo di Burgenstock, il punto più critico è stata la situazione in Libano. È su questo dossier che le posizioni si sono irrigidite, rallentando il resto della discussione.
La delegazione iraniana ha infatti legato i progressi complessivi del negoziato alla stabilità del cessate il fuoco e alla fine delle operazioni militari nel sud del Libano, dove continuano scontri e raid tra Israele e Hezbollah. Il risultato è stato un forte rallentamento del confronto: mentre su temi economici ed energetici si registrano aperture preliminari, sul Libano le posizioni restano distanti. Teheran chiede garanzie sul cessate il fuoco e sulla riduzione delle operazioni militari, mentre sul terreno la situazione resta instabile. È proprio questo stallo a impedire la chiusura di accordi sugli altri dossier, che restano sospesi finché non si registrano progressi concreti sul fronte libanese.
Cosa resta in piedi
Sul nucleare, l’Iran ha dichiarato disponibilità a discutere una riduzione delle scorte di uranio arricchito, ma ha ribadito con forza che non rinuncerà al diritto all’arricchimento. Il tema è stato solo accennato nel primo round, senza veri negoziati tecnici.
Quello emerso a Burgenstock è quindi un quadro di gestione della crisi più che un accordo definitivo. La stabilità dipenderà soprattutto dall’evoluzione della situazione in Libano, dove il cessate il fuoco resta fragile e non formalizzato tra tutte le parti coinvolte. Intanto si guarda alla finestra dei 60 giorni indicata come possibile orizzonte negoziale.




