Il Cremlino punta sugli abissi per sfidare la Nato
Nel silenzio degli abissi si sta consumando una delle sfide strategiche più importanti del nostro tempo. Mentre l’attenzione occidentale resta spesso inchiodata ai carri armati in Ucraina o ai droni che attraversano il cielo del Mar Nero, Mosca continua a investire enormi risorse nella dimensione subacquea, convinta che il futuro dell’equilibrio navale mondiale si giocherà soprattutto sotto la superficie degli oceani. Il protagonista di questa trasformazione è il sottomarino nucleare classe Yasen-M, una macchina da guerra che molti analisti considerano il progetto più sofisticato mai uscito dai cantieri russi dopo la fine dell’Unione Sovietica. Il Cremlino ha annunciato l’intenzione di sostituire entro il 2035 gran parte dei vecchi Akula e Oscar con una flotta di Yasen e Yasen-M. Non si tratta soltanto di un programma di modernizzazione militare. È la presa d’atto che la Russia, incapace di competere con gli Stati Uniti sul piano delle grandi flotte di superficie, ha scelto di trasformare il mare profondo nel proprio terreno privilegiato di confronto. I nuovi battelli sono progettati per muoversi con una silenziosità vicina agli standard occidentali, trasportano missili da crociera Kalibr e ipersonici Zircon, possono colpire bersagli terrestri a migliaia di chilometri di distanza e sono pensati per restare invisibili il più a lungo possibile. Gli strateghi americani osservano questa evoluzione con crescente inquietudine. Per decenni Washington ha dominato gli oceani grazie alle portaerei e alla superiorità tecnologica della propria marina, ma il ritorno della competizione tra grandi potenze ha cambiato il quadro. I sottomarini russi, insieme alla crescita della flotta cinese, stanno erodendo quella sicurezza che sembrava intoccabile dopo il crollo sovietico. La guerra sottomarina è tornata al centro della geopolitica globale, soprattutto nell’Artico e nell’Atlantico settentrionale, dove i movimenti invisibili dei battelli nucleari contano più delle parate navali. Colpisce anche un altro elemento. In una Russia appesantita dalle sanzioni e dai costi del conflitto ucraino, il settore dei sommergibili resta uno dei pochi comparti industriali capaci di mantenere tempi relativamente credibili. Persino nei forum militari occidentali si riconosce che Mosca continua a considerare la componente subacquea come una priorità assoluta, quasi una questione identitaria della propria potenza militare. La vera partita, però, riguarda il futuro. Con la fine del trattato New START e il progressivo deterioramento dei meccanismi di controllo nucleare, il mare torna a essere il luogo dove si misura la capacità di deterrenza delle grandi potenze. È una guerra silenziosa, invisibile, fatta di sonar, reattori e ombre che si muovono sotto i ghiacci artici. Ed è forse proprio per questo che appare ancora più inquietante.




