Hormuz, il summit di Londra segna il ritorno della diplomazia europea nel Golfo (forse)
Il summit convocato oggi, 2 aprile 2026, dal governo britannico con la partecipazione di 35 Paesi sul futuro dello Stretto di Hormuz non è soltanto una riunione tecnica sulla sicurezza marittima. È, piuttosto, il segnale di un passaggio politico più ampio: di fronte a una delle crisi più pericolose degli ultimi anni in Medio Oriente, l’Europa prova a ritagliarsi uno spazio autonomo di iniziativa diplomatica, puntando su coordinamento internazionale, pressione politica e tutela delle rotte strategiche.
La scelta di Londra appare particolarmente significativa. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha promosso un confronto multilaterale con un gruppo ampio di Stati partner, mentre la riunione operativa è affidata alla ministra degli Esteri Yvette Cooper. L’obiettivo dichiarato non è l’immediata costruzione di una coalizione militare, bensì la definizione di un percorso politico e diplomatico che renda possibile la riapertura dello stretto una volta fermati i combattimenti. Proprio questo elemento distingue il summit odierno da molte iniziative del passato: la priorità è creare una cornice condivisa di pressione internazionale e di gestione post-crisi.
Il nodo, del resto, è di portata globale. Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali choke point energetici del pianeta: da quel passaggio transita una quota essenziale del commercio mondiale di petrolio e gas. Secondo le ricostruzioni pubblicate oggi da più fonti internazionali, l’attuale crisi ha già provocato il blocco o il rallentamento di centinaia di navi, alimentando nuove tensioni sui mercati e riaprendo interrogativi sulla vulnerabilità delle catene logistiche globali. In un contesto economico già segnato da inflazione, instabilità energetica e fragilità geopolitica, Hormuz torna così a essere un barometro dell’ordine mondiale.
Colpisce, inoltre, l’assenza degli Stati Uniti dal formato politico del summit. Sebbene restino attivi i contatti militari e strategici tra alleati, la mancata partecipazione americana alla riunione odierna rafforza la percezione di un Occidente meno compatto nella gestione della crisi. È proprio in questo spazio che il Regno Unito tenta di rilanciare la propria funzione di ponte tra Europa, Nato e scenari globali, anche nel quadro di una più ampia riflessione sul rapporto tra sicurezza europea e dipendenza dalle scelte di Washington.
Politicamente, il summit di oggi ha quindi almeno tre significati. Il primo è immediato: evitare che la crisi dello stretto si trasformi in una paralisi prolungata del commercio energetico. Il secondo riguarda la deterrenza diplomatica: mostrare a Teheran che il blocco di una rotta vitale produce una reazione multilaterale compatta. Il terzo, più profondo, riguarda l’assetto internazionale: testare se l’Europa e i suoi partner siano in grado di assumersi maggiori responsabilità nella gestione delle crisi strategiche.
Resta da capire se da questo vertice emergerà una vera roadmap operativa o soltanto una dichiarazione politica. Ma un dato è già chiaro: il dossier Hormuz non riguarda più soltanto il Medio Oriente. Riguarda la sicurezza economica dell’Europa, la tenuta delle alleanze occidentali e la capacità delle diplomazie di prevenire un’ulteriore escalation in una delle aree più sensibili del mondo.




