Lo stretto di Bab el-Mandeb in Yemen è a rischio chiusura
Se già il blocco dello Stretto di Hormuz ha già innescato una profonda crisi energetica globale, ora c’è un altro snodo strategico che in caso di chiusura potrebbe aggravare ulteriormente una situazione già drammatica: lo Stretto di Bab el-Mandeb. Dopo il raid israeliano sul suo maxi giacimento di gas naturale South Pars, la Repubblica islamica potrebbe coordinarsi con gli Houthi (la milizia sciita dello Yemen alleata di Teheran) per mettere ulteriore pressione sull’economia globale, tentando di sigillare il passaggio.
Questo braccio di mare, il cui nome significa letteralmente “porta delle lacrime”, non è solo un confine geografico tra lo Yemen e il Corno d’Africa, ma rappresenta l’ingresso meridionale del Canale di Suez e un pilastro insostituibile per il commercio tra Asia, Europa e Mediterraneo. Lungo 50 km e largo 26 nel punto più stretto, lo Stretto di Bab el-Mandeb è uno dei “colli di bottiglia” marittimi più delicati e vulnerabili, ma allo stesso tempo di fondamentale importanza: dalla “porta delle lacrime” transita ogni anno circa il 12% del commercio mondiale di petrolio via mare.
Bab el-Mandeb ha svolto un ruolo cruciale come punto di collegamento tra l’Africa e la penisola arabica ed era incluso nelle antiche rotte commerciali tra Asia, Africa ed Europa. La compagnia britannica delle Indie Orientali controllava le isole adiacenti nel XIX secolo per stabilire rotte marittime verso il Canale di Suez. Qualsiasi nave che si sposti tra l’Asia e l’Europa attraverso il Mar Rosso è destinata a passare per Bab el-Mandeb prima di immettersi nel Canale. Da qui passa una quota rilevante del commercio normale: circa il 12% dei movimenti marittimi globali, a livello di merci, transita da Bab el-Mandeb. A ciò bisogna aggiungere un 12% di petrolio e un 8% di gas naturale liquefatto. Tenendo presente, per contro, il corridoio Mar Rosso-Suez, parliamo del 30% del traffico container mondiale e del 40% degli scambi fra Asia ed Europa.
Quali sarebbero le conseguenze di una chiusura? Il vero pericolo sarebbe rappresentato dall’azione su più fronti: se la chiusura di Bab el-Mandeb si aggiungesse a quella dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 20% del greggio globale, il mondo si troverebbe ad affrontare il più grave shock di approvvigionamento degli ultimi decenni. Un blocco forzato costringerebbe le navi a una sfiancante circumnavigazione dell’Africa, aggiungendo migliaia di chilometri e diversi giorni di navigazione ai trasporti, con un impatto immediato e devastante sui prezzi dei carburanti al consumo e sulla stabilità dei mercati energetici. Un blocco significherebbe non soltanto ritardi nelle consegne di colossi aziendali, ma colli di bottiglia e problemi a non finire nelle catene di approvvigionamento che tengono in piedi l’economia europea e quella asiatica.
Tra le alternative possibili, quella della circumnavigazione dell’Africa, doppiando Capo di Buona Speranza, provocherebbe un allungamento dei tempi e soprattutto costi, chiaramente più elevati. Di qui la rilevanza geopolitica di Bab el-Mandeb, teatro di una guerra asimmetrica dal 2023. Ovvero, da quando gli Houthi hanno sostenuto Hamas e l’Iran in seguito alla risposta di Israele agli attacchi del 7 ottobre. I ribelli sciiti, in questi anni, hanno lanciato missili antinave e droni colpendo oltre cento imbarcazioni, secondo fonti internazionali. Nelle fasi più acute della crisi, il traffico nel Mar Rosso è calato fino al 70%. Con conseguenti aumenti a livello di costi di trasporto e prezzi delle merci per il consumatore finale.




