Medio Oriente, Trump punta alla tregua ma gli iraniani lo deridono
Il presidente degli Stati Uniti si mostra sicuro e assicura che l’Iran voglia «fare un accordo», rassicurando di star «parlando con le persone giuste». Con i sondaggi ai minimi storici per Donald Trump e compreso chiaramente che l’operazione attuata in Venezuela all’alba del 2026 non è replicabile con una potenza stratificata e resistente come quella iraniana, il tycoon tenta la strada della trattativa. Ma il filo del dialogo è sottile e l’incomunicabilità tra le due parti appare sempre più manifesta.
Mentre Channel 12 svela un piano in 15 punti messo su dagli Usa con il primario scopo di attuare una tregua di un mese nella Guerra del Golfo e di spingere per una rinuncia completa dell’Iran all’atomica, nessuna de-escalation sembra essere all’orizzonte. Per alzare la pressione, il Pentagono ha inviato ben 3.000 paracadutisti della 82nd Airbon Division nella regione mediorientale e i combattimenti non accennano ad arrestarsi. Missili iraniani hanno bucato l’Iron Dome a Tel Aviv, l’esercito israeliano ha risposto con bombardamenti su Teheran e i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno annunciato l’invio di missili verso Israele, Kuwait, Bahrein e Giordania.
Inoltre, dopo le accuse di “tradimento” che gli iraniani hanno rivolto ai responsabili statunitensi alle trattative, Steve Witkoff e Jared Kushner, per gli attacchi militari che hanno colpito Teheran poche ore dopo i primi colloqui a febbraio, gli iraniani sono sempre più restii a facilitare la via verso un accordo. Un portavoce militare iraniano ha deriso gli stessi tentativi statunitensi per raggiungere una trattativa, affermando che gli Usa starebbero negoziando con loro stessi e che «chi si autoproclama superpotenza globale si sarebbe giù tirato fuori da questo pasticcio». «La nostra prima e ultima parola è stata la stessa fin dal primo giorno e tale rimarrà: qualcuno come noi non scenderà mai a compromessi con qualcuno come voi. Né ora, né mai», ha concluso duramente il portavoce iraniano.
Delegittimati Witkoff e Kushner della loro forza nella trattativa con gli iraniani, a Donald Trump non rimane che coinvolgere il suo vice, J. D. Vance, rimasto finora in silenzio sulla guerra in corso e partecipando a poche e indispensabili riunioni. Lo stesso presidente ha detto che parteciperà ai colloqui, ma giorno dopo giorno il tycoon appare sempre più stretto tra diversi fuochi e, per questo, incerto sul da farsi. Da una parte, Donald Trump deve fare i conti con gli statunitensi che invocano la fine delle guerre e un ritorno ad una stabilità economica; dall’altra, con le spinte parallele ma di uguale intensità dei due principali alleati di Donald Trump nella regione, intenti a proseguire il conflitto. Il presidente israeliano, Benjamin Netanyahu, avrebbe delle riserve nel concludere la guerra in Iran, mentre, il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammad bin Salman premerebbe affinché il conflitto continui fino alla caduta del regime degli ayatollah in Iran. il New York Times ha rivelato, infatti, in questi giorni delle conversazioni telefoniche tra Trump e bin Salman, che auspicherebbe che gli Stati Uniti occupino il terminale petrolifero di Khang o la costa dove gli iraniani minacciano la navigazione nello Stretto di Hormuz. Dopo aver iniziato una guerra senza una chiara strategia per porle fine, ora, Donald Trump sembra auspicare una tregua per tornare protagonista – o fingersi ancora tale – di un’operazione che mostra sempre più crepe e incoerenze.




