The Hormuz Coalition

Ci troviamo nella seconda settimana della suddetta “terza guerra del Golfo” e l’Iran ha chiuso il passaggio marittimo per eccellenza: lo stretto di Hormuz. Trump vuole chiamare diverse nazioni, più che “alle armi”, in mare con navi antimine per garantire la sicurezza americana nello Stretto. Gran Bretagna, Francia, Giappone, Corea del Sud e Cina sono i potenziali tasselli della Hormuz Coalition. Tuttavia, nessuno stato sembra al momento accondiscendente a pieno del piano trumpiano.
Cosa sappiamo della Hormuz Coalition, l’appoggio di Starmer
Qualunque nazione con a disposizione armi anti-mine. I paesi europei NATO (Italia, Belgio, Paesi Bassi) possiedono diverse unità della Standing Nato Mine Countermeasures Group, l’Asia vanta, grazie all’importante eredità navale, di flotte anti-mine.
Trump è stato chiaro con questi stati sulla piattaforma Truth: “Spero che la Cina, la Francia, il Giappone, la Corea del Sud, il Regno Unito e altri, che sono colpiti da questa restrizione artificiale, invieranno navi nella zona in modo che lo Stretto di Hormuz non rappresenti più una minaccia da parte di una nazione che è stata completamente decapitata”
L’unico attore favorevole, o almeno disponibile al lavoro di un piano collettivo, sembrerebbe il primo ministro Keir Starmer, ma con delle condizioni. “Non sarà una missione Nato, non è mai stato previsto che lo fosse”. La Royal Navy britannica ha ceduto a Trump le sue cacciamine, più della metà, con tanto di equipaggio a favore di sistemi autonomi ancora in fase di sviluppo avanzato.
L’esitazione o la prontezza degli altri stati
Pronta al sostegno della coalizione, a sorpresa degli analisti, è il vicepresidente della Commissione Europea Kaja Kallas. La sua proposta sarebbe un percorso lento, a Bruxelles ci dovrebbe essere l’unanimità di tutti e 27 gli stati affinché passi. Si tratterebbe di una modifica dell’operazione Eunafavor Aspides, da due anni attiva nel Mar Rosso per combattere gli Houthi. Il ruolo di Eunafavor in sostegno della coalizione di Hormuz silenzioso, un’azione passiva e priva di un ruolo attivo di scorta.
Gli altri alleati degli Stati Uniti non hanno ancora preso decisioni definitive. Giappone e Australia stanno discutendo nelle ultime ore con la Casa Bianca, a differenza della Francia di Macron che rafforza le armi nella regione, anche se mancano le navi della coalition. Parigi ha raddoppiato la presenza di Rafale in Giordania e negli Emirati da circa 10 a 24 velivoli.
Al di là delle dichiarazioni di Washington, il vero nodo non è la sicurezza, resta economico prima ancora che militare. Circa un quinto del petrolio mondiale transita proprio da questo passaggio, la chiusura dello Stretto di Hormuz non rappresenta soprattutto un potenziale shock per il commercio globale di energia. In questo senso, ogni ritardo decisionale o frammentazione tra alleati rischia di mutarsi in conseguenze devastanti per il mercato mondiale. Dall’aumento dei prezzi energetici alla pressione sulle catene di approvvigionamento. Lentamente, la libertà di navigazione diventa nella regione negoziabile e non più garantita, ovvero il motore iniziale di ogni conflitto in larga scala




