Le basi militari italiane in Medio Oriente
Da membro dell’Unione europea, delle Nazioni Unite e della Nato, l’Italia partecipa a numerose missioni internazionali e mantiene basi militari strategiche in Medio Oriente, con l’obiettivo di contribuire alla stabilità e alla sicurezza nelle aree di crisi. Queste basi fungono da centri operativi, logistici e di addestramento, supportando le forze italiane nella formazione dei partner locali, nel pattugliamento dei territori e nella protezione dei civili. Nell’area sono dispiegati circa duemila militari italiani, distribuiti tra Libano, Iraq, Kuwait e altri Paesi del Golfo.
In Libano l’Italia è presente con due missioni principali. La prima è la Missione Militare Bilaterale Italiana (Mibil), avviata l’11 marzo 2015 sotto l’egida Onu, che coinvolge circa 190 militari, con un supporto che comprende anche mezzi navali e aerei. Questo contingente è impegnato soprattutto nell’assistenza ai rifugiati, nel contenimento delle ricadute socio‑economiche del conflitto siriano e nella formazione delle forze armate libanesi. Parallelamente, l’Italia contribuisce in modo significativo alla missione Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon), la forza di pace dell’Onu attiva dal 1978 per monitorare il cessate il fuoco tra Libano e Israele.
La missione coinvolge complessivamente migliaia di peacekeeper da decine di Paesi e l’Italia è il secondo contributore nazionale, schierando poco più di 1000 soldati nella missione in corso, con un ruolo di rilievo nella gestione del settore ovest e nella cooperazione con l’esercito libanese. I compiti dei militari italiani includono pattugliamenti, osservazione del territorio, gestione di check‑point e attività di controllo delle aree più sensibili, oltre a supporto logistico e umanitario alla popolazione civile. La missione Unifil è periodicamente aggiornata e prorogata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e l’Italia sta discutendo anche la possibilità di mantenere una presenza militare nel Paese anche dopo la fine dell’attuale mandato alla fine del 2026.
La presenza italiana in Iraq è concentrata principalmente su Camp Singara, situata nei pressi di Erbil, nel Kurdistan iracheno. La base, che prende il nome dall’omonima fortezza legionaria dei tempi di Settimio Severo, ospita circa 300 militari italiani impegnati da oltre 14 anni nell’addestramento dell’esercitopeshmerga. Situata in una zona strategica al confine con Siria, Turchia e Iran, Camp Singara è una struttura blindata nata all’interno delle operazioni internazionali contro l’Isis e ha contribuito, nel corso degli anni, alla formazione di migliaia di militari curdi su richiesta del governo regionale.
La missione, denominata “Prima Parthica”, prevede corsi che spaziano dal tiro di precisione al combattimento urbano, dalla gestione di sommosse al combattimento in montagna.Solo nel 2025, i militari italiani hanno formato oltre 1.200 soldati peshmerga. Parte del contingente è il “Task Group Griffon”, composto da circa 60 operatori e alcuni elicotteri impiegati per trasporto di personale e materiali tra le basi nella regione settentrionale dell’Iraq. L’impegno italiano non si limita alla formazione militare. Attraverso il team Cimic (Civil-Military Cooperation), i militari supportano la popolazione locale con donazioni e attività di sostegno, creando un ponte tra autorità civili e organizzazioni governative o non governative.
Nel Mar Rosso, l’Italia partecipa alla missione navale europea Eunavfor Aspides, avviata dall’Unione Europea nel 2024 per proteggere le rotte commerciali da attacchi dei ribelli Houthi dello Yemen. La flotta opera sotto comando europeo con il contributo italiano, in particolare dal cacciatorpediniere Caio Duilio, dotato di missili a lungo raggio fino a 120 km e sistemi anti-drone. Alla missione partecipano anche unità tedesche, francesi e di altri Paesi europei, con almenoquattro naviimpegnate in pattugliamento continuo e circa 130 ufficiali e operatori di stato maggiore italiani nel quartier generale operativo di Larissa (Grecia). L’operazione ha un carattere difensivo: le navi intercettano droni e missili ostili e scortano il traffico commerciale.
Nel Golfo, invece, l’Italia mantiene una presenza militare più limitata rispetto ad altre aree del Medio Oriente, ma comunque strategica per il supporto alle missioni internazionali nella regione. Uno dei principali punti di appoggio è in Kuwait, presso la base aerea di Ali al Salem, utilizzata come centro logistico e operativo per le attività legate alla coalizione internazionale contro l’Isis. Qui operano militari dell’Aeronautica italiana impegnati soprattutto in missioni di sorveglianza, trasporto e supporto alle operazioni in Iraq e nelle aree vicine. Oltre al Kuwait, piccoli contingenti italiani sono presenti anche in Qatar e Bahrain, generalmente all’interno di strutture militari condivise con altri Paesi alleati. In questi casi non si tratta di vere e proprie basi italiane autonome, ma di presenze limitate di personale con compiti di collegamento, supporto logistico e cooperazione militare con le forze partner.
In questi sedici giorni di guerra le basi militari in Medio Oriente in cui sono dispiegati i soldati italiani sono state più volte colpite da attacchi. La base di Ali Al Salem in Kuwait, in particolare, che ospita mezzi e militari internazionali, è stata presa di mira già tre volte, fin dal primo giorno degli attacchi congiunti di Usa e Israele all’Iran. Nessun militare italiano è rimasto ferito, perché in ogni episodio il personale si è rifugiato nei bunker. Sullo sfondo restano anche altri attacchi che, nella stessa area, hanno coinvolto i caschi blu dell’Onu.




