Cina e Giappone, pressione in aumento

Un’ulteriore escalation nel pressing della Cina contro il Giappone.
Il governo cinese ha infatti appena vietato l’esportazione di articoli a doppio uso verso venti entità giapponesi legate all’industria della difesa.
Di conseguenza, i principali appaltatori militari giapponesi come Mitsubishi Heavy Industries e IHI Corp., così come l’Agenzia Spaziale giapponese, non avranno accesso a circa 800 merci che Pechino considera sia di uso civile che militare.
Secondo Bloomberg, in questa lista sono incluse “terre rare”, sostanze chimiche, elettronica e sensori, così come apparecchiature e tecnologie utilizzate nel settore marittimo e aerospaziale.
Nel comunicato che annuncia le misure, il Ministero del Commercio cinese ha inoltre aggiunto importanti entità giapponesi, inclusi importanti produttori automobilistici come Subaru, alla sua “lista di monitoraggio”, che richiederà agli esportatori cinesi di presentare ulteriori documenti che attestino che le spedizioni destinate a quegli utenti sono esclusivamente per scopi civili.
Le azioni delle società quotate in borsa in entrambe le liste sono state vendute appena uscita la notizia, dato il probabile impatto negativo sulla loro catena di approvvigionamento.
“Le misure sopra indicate mirano a frenare la ‘rimilitarizzazione’ e le ambizioni nucleari del Giappone e sono assolutamente legittime”, si legge nella dichiarazione.
Crisi diplomatica latente da mesi
Le due principali economie asiatiche sono impantanate in una crisi nata lo scorso novembre, quando la Primo Ministro giapponese Takaichi Sanae ha dichiarato, in un intervento davanti al Parlamento, che un attacco cinese a Taiwan avrebbe potuto essere considerato come una “situazione che minaccia la sopravvivenza” del Giappone, portandolo ad un potenziale dispiegamento militare.
Questo ha suscitato una pesante risposta da parte di Pechino, che da allora non perde occasione per trovare parallelismi tra gli attuali sforzi di Tokyo per portare la spesa per la difesa al 2% del PIL e l’aggressione del Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale contro i Paesi vicini.
Da allora, Takaichi ha scelto toni più concilianti, cercando di tornare ai legami stabili che lei e il leader cinese Xi Jinping avevano promesso di mantenere durante il loro incontro dello scorso ottobre avvenuto al margine del vertice APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation). Ma Pechino si rifiuta di perdonare così facilmente e non perde occasione di ricordare quanto la “Cina sia un vicino importante” che ha sempre lasciato la porta aperta al dialogo e chiede una completa ritrattazione dei commenti su Taiwan da parte di Takaichi.
Pechino ha immediatamente adottato contromisure concrete. Il 14 dicembre ha imposto sanzioni contro Iwasaki Shigeru, ex Capo di Stato Maggiore delle Forze di Autodifesa giapponesi e che oggi fa il consulente per il Gabinetto di Taiwan, per le sue azioni che Pechino definisce una “pesante interferenza negli affari interni cinesie violazione del principio “Una sola Cina”.
Le sanzioni includono restrizioni sui visti a lui concessi, il congelamento delle sue proprietà cinesi e il divieto di transazioni o collaborazioni con individui e organizzazioni cinesi.
La dichiarazione di Takaichiera arrivata subito dopo che un caccia cinese avrebbe presumibilmente puntato i radar sugli aerei giapponesi al largo della costa meridionale di Okinawa.
Bloccare il radar su un bersaglio può essere ritenuto preparatorio per il fuoco con armi, quindi, è ampiamente considerato una mossa pericolosa e provocatoria.
La Leader giapponese ha ritenuto l’incidente “estremamente deplorevole”, aggiungendo che “il Giappone aveva protestato contro la parte cinese e richiesto fermamente misure per prevenire altri incidenti simili”.
Dopo che anche il Dipartimento di Stato americano aveva condannato il comportamento della Cina, Pechino ha avvisato che “gli alleati del Giappone, in particolare, dovrebbero aumentare la loro vigilanza e non farsi manipolare da quel Paese”.
La Cina ha anche reagito economicamente contro il Giappone, adottando misure che ormai fanno parte di un copione ben noto in campo di coazione commerciale.
Ad esempio, Pechino ha emesso un avviso rivolto ai suoi cittadini pregandoli di non recarsi in Giappone.
Ha anche posticipato l’uscita in Cina di due film giapponesi e ha ripristinato il divieto totale sul consumo di pesce giapponese, allentato nel 2023.
Parte di queste misure ricordano quelle applicate alla Corea del Sud dopo la decisione di Seul di schierare nel 2017 il sistema di difesa missilistica statunitense THAAD.
Oltre a far pressione sul Giappone sui fronti politico-militare ed economico, Pechino ha affrontato questioni storiche ancora sensibili.
Il 13 dicembre ha tenuto una cerimonia commemorativa per il Massacro di Nanchino del 1937, durante la quale l’esercito imperiale giapponese massacrò circa 142.000 persone, secondo una stima fatta dagli alleati nell’immediato dopoguerra, anche se la Cina afferma che furono uccise 300.000 persone.
L’evento commemorativo è stato discreto e Xi non ha partecipato, ma il Comando Orientale dell’esercito cinese ha comunque pubblicato una foto sui social media che mostrava una grande spada insanguinata che tagliava la testa a uno scheletro con un berretto dell’esercito giapponese. La didascalia recitava “per quasi 1.000 anni, i nani orientali hanno portato calamità, il mare di sangue e profondo odio è ancora davanti ai nostri occhi”.
Per di più, la Cina sembra aver invertito la rotta portata avanti per decenni nota come “la diplomazia dei panda”. Due panda cinesi, Xiao Xiao e Lei Lei, dovrebbero essere restituiti a breve, senza sostituzioni previste. Questo lascerebbe Tokyo senza Panda per la prima volta in oltre mezzo secolo. Una vera sventura per il popolo giapponese.
Il futuro prossimo
Le restrizioni all’esportazione sui prodotti a doppio uso sono solo l’ultimo passo di rappresaglia intrapresa dalla Cina contro il Giappone. Altre mosse recenti includono, come accennato, un divieto totale sui prodotti ittici giapponesi e restringimenti nei viaggi per i cittadini cinesi, che ha portato alla cancellazione dei voli e a un impatto importante sull’industria del turismo giapponese.
Dato che il divieto di esportazione include le terre rare, questa azione solleva parallelismi con un episodio del 2010, quando la Cina bloccò per un breve periodo le spedizioni di minerali critici verso il Giappone in mezzo ad una disputa per un pescatore cinese arrestato vicino ad un atollo conteso nel Mar Cinese Orientale.
All’epoca, circa il 90% delle terre rare utilizzate dai giapponesi proveniva dalla Cina, portando il governo a cercare fonti alternative.
La dipendenza del Giappone dalle terre rare cinesi è oggi intorno al 60%, ancora troppo alta per Tokyo perché lo pone in una posizione di sudditanza.
A livello strategico, la continua insistenza della Cina sulle tattiche di pressione economica lascia gli osservatori un po’ perplessi visto la sua limitata efficienza.
In effetti, nonostante gli sforzi di Pechino di affondare Takaichi dipingendola come una guerrafondaia, ha comunque portato ad una vittoria storica di quest’ultima nelle elezioni anticipate che si sono tenute all’inizio di febbraio, portando il suo Partito Liberal Democratico ad una maggioranza di oltre due terzi nella camera bassa del Parlamento.
Nel suo primo discorso davanti alle camere dopo la vittoria, Takaichi ha ribadito la sua volontà nella spinta per un rafforzamento militare, indicando nel contempo il reiterarsi delle “imposizioni” cinesi.
Il recente annuncio dimostra che Pechino non ha ancora intenzione di tirarsi indietro, insistendo sulla sua richiesta di completa ritrattazione dei commenti di Takaichi e di scuse pubbliche.
Molti osservatori sono però convinti che la reiterazione di imposizioni e intimidazioni non porteranno che all’esito contrario di quello che vuole la Cina: un Giappone più risoluto alleato degli Stati Uniti e che sarà benvoluto dalla comunità internazionale per la sua fermezza su argomenti geopolitici sensibili.




