Il Medio Oriente brucia ancora

Medio Oriente in fiamme: USA e Israele attaccano l’Iran. Poche ore prima, l’Oman aveva annunciato l’accordo sul nucleare
All’alba di oggi, sabato 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un imponente attacco militare congiunto contro l’Iran, in quella che rappresenta una delle operazioni belliche più grandi nella storia recente del Medio Oriente. L’offensiva, battezzata da Israele con il nome “Il Ruggito del Leone” e ribattezzata dal Pentagono “Operation Epic Fury”, ha coinvolto circa 200 caccia israeliani che hanno colpito oltre 500 obiettivi su tutto il territorio iraniano, con raid condotti simultaneamente via aria e via mare.
Il paradosso che rende questa giornata ancora più drammatica è quanto accaduto nelle ore immediatamente precedenti all’attacco. Il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, da mesi mediatore chiave nei colloqui tra Washington e Teheran, aveva annunciato in televisione una vera e propria svolta diplomatica: l’Iran aveva accettato di smantellare le proprie scorte di uranio arricchito, rinunciando all’accumulo di materiale fissile. “Vi rinunceranno”, aveva dichiarato Albusaidi in un’intervista alla CBS, spiegando che le attuali scorte sarebbero state “miscelate al livello più basso possibile e convertite in combustibile, e quel combustibile sarà irreversibile”. L’accordo prevedeva inoltre il pieno accesso degli ispettori dell’AIEA ai siti nucleari iraniani. “La pace è alla nostra portata”, aveva concluso il diplomatico omanita. Parole che, poche ore dopo, sarebbero suonate come un crudele epitaffio della diplomazia.
Nonostante questo spiraglio, il presidente Donald Trump ha scelto la strada militare. In un video messaggio pubblicato su Truth, Trump ha spiegato che “l’obiettivo è difendere gli americani eliminando imminenti minacce del regime iraniano”, aggiungendo che “distruggeremo i loro missili e ci assicureremo che l’Iran non abbia il nucleare”. Il presidente ha poi rivolto un appello diretto al popolo iraniano, esortandolo a “prendere il controllo del proprio governo” una volta completate le operazioni — un chiaro segnale di un obiettivo che va ben oltre il dossier nucleare: il cambio di regime.
Gli attacchi, definiti “altamente selettivi”, hanno colpito l’area in cui si trovano la residenza del leader supremo Ali Khamenei, il Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale e l’ufficio presidenziale. La sorte di Khamenei è diventata subito un giallo internazionale: fonti israeliane lo hanno dato per morto, mentre la televisione di stato iraniana ha annunciato un suo imminente intervento in diretta tv. Un episodio tragico e controverso ha segnato le prime ore dell’offensiva: un attacco ha colpito una scuola elementare femminile a Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, causando oltre 85 vittime tra cui molte bambine. Secondo fonti militari, nella stessa città aveva sede un reparto delle Guardie della Rivoluzione.
La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Le Guardie Rivoluzionarie hanno lanciato l’operazione “Truth Promise 4”, colpendo con missili le basi statunitensi in Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Esplosioni sono state segnalate anche a Tel Aviv, a Dubai e a Doha. I Pasdaran hanno poi annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, arteria vitale per il trasporto del petrolio mondiale. La Mezzaluna Rossa segnala oltre 200 morti in Iran in seguito ai raid israelo-americani.
La comunità internazionale è in subbuglio. Russia e Cina hanno condannato l’attacco come una violazione del diritto internazionale. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stato convocato d’urgenza per la serata di oggi. Il segretario generale Antonio Guterres ha chiesto la “cessazione immediata delle ostilità”. Gran Bretagna, Francia e Germania, pur condannando la risposta missilistica iraniana, si sono dichiarate estranee all’operazione militare.
In pochi, tragici minuti di questa mattina, mesi di negoziati — e l’annuncio di una svolta storica giunto dall’Oman — sono stati spazzati via dalle bombe. Il Medio Oriente brucia ancora.




