Pax Silica: l’India entra nell’alleanza globale del silicio
Washington costruisce il nuovo ordine tecnologico del XXI secolo e Nuova Delhi si posiziona come tassello decisivo
Il minerale che fa girare il mondo
C’è un elemento chimico che finisce poco sui giornali, eppure è ovunque: nella tasca di chi legge queste righe, nei data center che elaborano miliardi di richieste al secondo, nei sistemi di guida dei veicoli elettrici, nelle reti di telecomunicazione che coprono il pianeta. Si chiama silicio, numero atomico 14, ed è diventato nel giro di pochi decenni una delle materie prime più strategiche del XXI secolo. Non perché sia raro, la silice, da cui si ricava, è il secondo composto più abbondante nella crosta terrestre ma perché trasformarlo in wafer di purezza estrema, adatti alla fabbricazione di chip avanzati, richiede tecnologie sofisticatissime, catene di fornitura globali e anni di investimenti.
Senza silicio ultra puro non esistono i semiconduttori che fanno funzionare i processori, le memorie, i chip per l’intelligenza artificiale. E, nemmeno a dirlo, senza semiconduttori si fermano le economie moderne: lo hanno imparato ,nel modo più duro, durante la pandemia da Covid-19, quando una carenza di chip ha bloccato le linee di montaggio di auto, elettrodomestici, apparecchi medicali in oltre 169 settori industriali in tutto il mondo. La crisi della pandemia ha trasformato radicalmente la percezione politica di questo settore: i governi si sono resi conto che la sicurezza delle catene di fornitura dei semiconduttori non è solo una questione economica, ma di vera e propria sicurezza nazionale. L’odierno mercato globale dei semiconduttori vale quasi mille miliardi di dollari e, secondo le proiezioni degli esperti di settore, potrebbe raggiungere il trilione entro i prossimi quattro anni. La produzione avanzata è concentrata in pochissime mani: Taiwan produce oltre il 60% dei chip mondiali, incluso circa il 90% di quelli più sofisticati. Corea del Sud, Giappone e un piccolo numero di aziende europee controllano le tecnologie di produzione più critiche. Questa concentrazione, in un contesto geopolitico sempre più teso, ha convinto Washington che fosse arrivato il momento di agire.
Pax Silica: la pace costruita sui chip
A pochi giorni da Natale, il 12 dicembre, a Washington, il Dipartimento di Stato americano ha convocato il primo Pax Silica Summit. Il nome richiama volutamente i grandi ordinamenti geopolitici della storia passata: come la Pax Romana portò stabilità attraverso l’integrazione commerciale, e la Pax Americana ha garantito per decenni l’ordine internazionale del dopoguerra, la Pax Silica ambisce a costruire un nuovo equilibrio fondato sul controllo condiviso delle tecnologie critiche. “Se il XX secolo ha funzionato a petrolio e acciaio,” ha detto Jacob Helberg, sottosegretario di Stato per gli affari economici e architetto dell’iniziativa, “il XXI secolo funziona a compute e ai minerali che lo alimentano.”
L’iniziativa, definita come il progetto di punta del Dipartimento di Stato in materia di intelligenza artificiale e sicurezza delle catene di approvvigionamento, non si limita ai chip. Copre l’intero “stack del silicio”: dai minerali critici e dall’energia necessaria per estrarre e raffinare le materie prime, fino alla produzione avanzata di semiconduttori, alle infrastrutture per l’IA e alla logistica. L’obiettivo dichiarato è ridurre le dipendenze coercitive ovvero la vulnerabilità di intere economie rispetto a singoli fornitori o regioni geografiche e costruire un ecosistema tecnologico resiliente tra nazioni alleate e partner fidati.
Al summit inaugurale hanno firmato la Dichiarazione Pax Silica sette paesi: Australia, Giappone, Repubblica di Corea, Singapore, Israele, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito. Nei mesi successivi si sono aggiunti Grecia e Qatar, portando il numero di firmatari a nove prima dell’ingresso dell’India. Hanno partecipato come osservatori o partner non firmatari Canada, Unione Europea, Paesi Bassi, Taiwan e l’OCSE. La coalizione riunisce alcune delle aziende e degli investitori più importanti della catena di fornitura globale dell’IA, da Sony e Hitachi a Samsung e SK Hynix, da DeepMind a ASML.
L’India entra in scena: il tassello mancante
A febbraio 2026, a margine dell’AI Impact Summit di Nuova Delhi, l’India ha firmato la Dichiarazione Pax Silica, diventando il decimo paese firmatario. Contestualmente, ha sottoscritto con gli Stati Uniti una Dichiarazione Congiunta sull’“India-US AI Opportunity Partnership” come addendum bilaterale, con l’obiettivo di promuovere approcci regolatori favorevoli all’innovazione e rafforzare la cooperazione sulle tecnologie critiche. Il ministro indiano dell’IT Ashwini Vaishnaw ha definito l’ingresso dell’India nell’iniziativa “un evento storico”, sottolineando che la resilienza della catena di fornitura dei semiconduttori è diventata una priorità globale imprescindibile dopo le disruption degli anni della pandemia.
Perché l’ingresso dell’India cambia i connotati dell’intera iniziativa? Gli analisti lo descrivono come il “tassello mancante”: mentre i Paesi Bassi (con ASML) forniscono le macchine per la produzione di chip, il Giappone e la Corea del Sud i materiali e le memorie, Qatar ed Emirati l’energia a basso costo per i data center, l’India porta qualcosa di diverso e complementare: un bacino immenso di ingegneri altamente qualificati, un ecosistema emergente di design dei chip e una posizione geografica strategica nel cuore dell’Indo-Pacifico. La CNBC ha definito l’adesione indiana come “la più grande vittoria di Washington” nella corsa per definire chi avrà accesso alle infrastrutture dei semiconduttori e dell’IA avanzata.
Il boom indiano dei semiconduttori: da consumatore a protagonista
L’adesione a Pax Silica arriva in un momento in cui l’India sta attraversando una trasformazione profonda nel settore. Per anni paese importatore netto di chip, con meno del 9% della domanda soddisfatta dalla produzione interna nel 2021, Nuova Delhi ha scelto di cambiare strategia. Nel dicembre di quell’anno infatti il governo ha approvato l’India Semiconductor Mission, stanziando 76.000 crore di rupie (circa 9,2 miliardi di dollari) per incentivare la produzione locale, il design di chip e la manifattura avanzata. Una rivoluzione costosa ma che, vedendo i fatti, ha portato i suoi frutti.
Lo scorso dicembre, il governo aveva approvato 10 progetti in sei stati, con investimenti che superano 1,6 trilioni di rupie. Tra questi spicca il maxi-impianto di Tata Electronics a Dholera, nel Gujarat, realizzato in joint venture con la taiwanese PSMC per un investimento di 10,9 miliardi di dollari, con l’avvio della produzione previsto per la fine di quest’anno. Micron, il gigante a stelle e strisce delle memorie, ha avviato il primo grande stabilimento di assemblaggio e test a Sanand, sempre nel Gujarat, sostenuto per il 70% da fondi pubblici tra governo centrale e statale. Già nell’estate del 2025 le prime unità produttive approvate dall’India Semiconductor Mission hanno cominciato a spedire i primi chip commerciali.
Sul fronte del capitale umano, i numeri sono altrettanto significativi. L’industria indiana del design di chip conta già oltre cinquantamila ingegneri specializzati, e i tecnici indiani stanno lavorando su design avanzati a 2 nanometri, il che colloca il paese sulla frontiera dell’innovazione. Il governo ha avviato programmi per formare 85.000 ingegneri, praticamente un esercito nell’elettronica avanzata, mentre multinazionali come Applied Materials, Lam Research e AMD hanno annunciato investimenti in centri di ricerca e sviluppo in India per complessivi miliardi di dollari.
Alla luce dei numeri sarebbe da chiederci cosa sta facendo l’Italia ma al momento possiamo soprassedere.
Il mercato indiano dei semiconduttori, valutato attorno ai 38 miliardi di dollari nel 2023 e salito a 45–50 miliardi nel biennio 2024–2025, punta a raggiungere 100–110 miliardi di dollari entro i prossimi quattro anni. E il governo non ha intenzione di fermarsi: il programma Semicon 2.0 fissa un piano chiaro per raggiungere le tecnologie a 3 e 2 nanometri, con l’obiettivo di far sì che entro il 2029 l’India sia in grado di progettare e produrre localmente i chip necessari per il 70–75 per cento del fabbisogno interno.
Il nuovo ordine geopolitico è scritto in silicio
Pax Silica si inserisce in un contesto geopolitico dove la tecnologia ha sostituito il petrolio come risorsa più contesa. I controlli sull’export di chip avanzati e di apparecchiature per la loro produzione, inaspriti negli ultimi anni da Washington verso la Cina, hanno reso evidente che chi controlla la supply chain del silicio controlla una leva di potere imparagonabile. L’iniziativa americana non è esplicitamente rivolta contro Pechino — lo stesso Helberg ha precisato che “Pax Silica non riguarda la Cina, riguarda l’America” — ma nella pratica costruisce un sistema di relazioni economiche e tecnologiche che tende a escludere attori considerati non affidabili.
Per l’India, aderire a questa coalizione significa molto più che firmare un documento. Significa scegliere da che parte stare in un mondo che si divide sempre più in sfere tecnologiche separate, e farlo in un momento in cui il paese ha le carte giuste da giocare: crescita economica robusta, una demografia giovane, una tradizione consolidata nell’ingegneria del software e una volontà politica determinata a trasformare il Made in India da slogan in realtà industriale. La Pax Silica offre a Nuova Delhi accesso preferenziale a tecnologie, investimenti e mercati all’interno di un ecosistema di partner fidati. In cambio, offre all’alleanza ciò che ancora le mancava: un grande paese del Sud globale capace di bilanciare le concentrazioni di potere e di diversificare davvero la catena produttiva dei chip.
La storia è piena di epoche che hanno preso il nome dalla risorsa che le ha definite: l’età del ferro, quella del carbone, quella del petrolio. Quella in cui entriamo sembra destinata a portare il nome di un elemento semi-metallico grigio-azzurro, il cui valore non sta nel sottosuolo ma nei laboratori dove viene trasformato in intelligenza. Chi controllerà quella trasformazione controllerà molto del futuro. E oggi, con la firma dell’India, la coalizione che aspira a farlo conta un membro in più e un miliardo e quattrocento milioni di ragioni per essere presa sul serio.




